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Scuola, Patrizio Bianchi: «Gli insegnanti ci saranno. Gli aeratori? Non sono risolutivi»

Il ministro della Pubblica istruzione: «Assunti 60mila prof, altri in arrivo. Licei in 4 anni, la sperimentazione è già partita. Avanti con i nuovi tecnici»

Lunedì 15 Agosto 2022 di Mauro Evangelisti
Scuola, Patrizio Bianchi: «Gli insegnanti ci saranno. Gli aeratori? Non servono»

Ministro Patrizio Bianchi, ma che fine hanno fatto gli impianti di aerazione che dovevano rendere più sicure le scuole per contrastare la diffusione del coronavirus? «Le linee guide dell’Istituto superiore di sanità li considerano come una misura integrativa, non risolutivi per fermare il contagio». Il ministro della Pubblica Istruzione, Patrizio Bianchi, guarda alla ripresa delle lezioni cercando di andare oltre al Covid («abbiamo riportato i ragazzi a scuola, gestendo la pandemia. È una scelta precisa, che rivendico, che il governo ha compiuto anche quando non tutti erano d’accordo»), promettendo tutte le cattedre coperte già dal primo giorno di scuola. E sottolineando che la vera rivoluzione sta arrivando con il Pnrr.

Che bilancio fa della sua esperienza di ministro?
«In poco più di un anno abbiamo investito oltre 10 miliardi di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, rispettando tutte le scadenze. Il 47,3 per cento è andato al Sud. Sono risorse per costruire scuole nuove, ristrutturare quelle esistenti, realizzare mense, palestre, digitalizzare le aule, migliorare l’offerta didattica, fare una seria battaglia contro la dispersione scolastica, su cui abbiamo lanciato un Piano nazionale che, da solo, vale 1,5 miliardi. Abbiamo riformato gli Istituti tecnici superiori che danno lavoro all’89 per cento dei diplomati: sono necessari per la nostra economia, il Paese non lo sa abbastanza. Abbiamo aperto le scuole d’estate. Se ne parlava da decenni: lo abbiamo fatto».

In Italia si dice sempre: gli insegnanti non sono sufficientemente valorizzati.
«Abbiamo assunto 60mila insegnanti nel 2021, ai quali andranno sommati quelli che stiamo per assumere questa estate. Abbiamo portato a termine la riforma del reclutamento e della formazione, offrendo percorsi chiari per arrivare alla cattedra, mettendo la formazione iniziale e continua degli insegnanti al centro della loro vita lavorativa. Stiamo lavorando per avere risorse aggiuntive per chiudere il contratto che va rinnovato da tempo».

A settembre rischiamo di tornare a scuola senza un numero di insegnanti di ruolo sufficiente?
«Innanzitutto ricordo che lo scorso anno avevamo tutti i docenti in cattedra a inizio settembre. Non era mai successo. Stiamo lavorando anche quest’anno per lo stesso risultato. Abbiamo velocizzato tutte le procedure di assunzione e per la contrattualizzazione dei supplenti. Con le nostre riforme mettiamo ordine nel sistema di reclutamento e rendiamo appetibile questa professione anche per i giovani».

Ha causato però molte reazioni, anche negative, l’istituzione della figura del docente esperto.
«Con la riforma del reclutamento avevamo già messo in campo un sistema di formazione incentivata: dopo un triennio di formazione valutata positivamente, gli insegnanti potranno avere un incentivo una tantum. Parliamo di una formazione che offriremo in modo gratuito, di qualità, pensata per accompagnare il miglioramento di tutto il sistema educativo. Con il decreto aiuti bis abbiamo aggiunto un tassello, per valorizzare ancora di più la formazione degli insegnanti lungo tutto l’arco della loro vita professionale. Dopo tre cicli di formazione con valutazione positiva, possono ottenere un assegno permanente da oltre 5mila euro lordi annui che consentono un salto del 15 per cento rispetto alla retribuzione media. Chi otterrà questo riconoscimento avrà una qualifica che corrisponde a quella europea di docente esperto».

Ha dei rimpianti?
«Ho un rammarico: abbiamo lavorato sulla base di una strategia e investimenti precisi di cui le sei riforme e i 17 miliardi di investimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Pnrr, sono pilastri fondamentali. Abbiamo approvato le prime tre riforme e già predisposto le altre. Non ci è stato dato il tempo di portare a compimento questa strategia complessiva e integrata della scuola dal digitale, alla formazione, alla valorizzazione economica dei docenti, alla lotta alla dispersione, al rinnovamento della didattica, verso una scuola “aperta inclusiva e affettuosa”. Ora la vera sfida fino al 2026 è spendere bene i fondi del Pnrr. Il lavoro è impostato. Si tratta ora di operare in sinergia con le scuole e gli altri livelli istituzionali per raggiungere gli obiettivi».

Nel piano 4.0 sul digitale si parla di un investimento da 5 miliardi di euro. Ma la scuola italiana è pronta?
«La scuola italiana è pronta, da tempo. L’ho visto con i miei occhi, prima come assessore in Emilia-Romagna, ancora di più da Ministro. Abbiamo istituti tecnici e professionali che sono poli tecnologici, scuole primarie con aule dedicate alle discipline scientifiche, docenti che fanno didattica in modo sperimentale, classi Montessori anche al primo grado, sperimentazione che ho accordato. La scuola è più avanti di quanto si racconta. Ha bisogno di investimenti, glieli abbiamo dati, di continuità, che spero ci sia, di ascolto delle sue reti. È chiaro che ci sono tanti problemi da risolvere, ma valorizzando gli sforzi che sono in campo».

Nelle sei riforme indicate dal Pnrr si parla di cambiamenti per gli istituti tecnici. Con quali obiettivi? Quali sono le altre riforme più importanti? 
«Oltre alla riforma degli Its, già approvata, stimo lavorando alla riforma degli Istituti tecnici e professionali, importantissima. In queste scuole si creano professionalità centrali per lo sviluppo del nostro sistema economico. Nella nostra proposta si rilanciano i laboratori, con finanziamenti che stiamo già distribuendo, e si creano connessioni ancora più forti con il territorio, per garantire non solo lavoro ai diplomati, ma che la scuola diventi un asse dello sviluppo attraverso il dialogo con chi fa piccola, media e grande impresa».

Tra le sperimentazioni più discusse c’è quella del liceo di soli quattro anni.
«Non è nuova, è in atto da anni e fa uscire un anno prima i nostri studenti da scuola come già succede in altri Paesi. Nessuno “scandalo”. Sono classi, non solo di liceo, ma di ogni tipologia di indirizzo, in cui si fa molta sperimentazione didattica. Ho visto questi studenti, sono motivati. Stiamo sperimentando, vedremo poi i risultati e il Paese avrà gli strumenti per decidere».

Non si può fare a meno di parlare delle incognite della pandemia che rischiano di influenzare anche il nuovo anno scolastico. Nelle linee guida sul Covid si ipotizzano mascherine solo per i fragili o in caso di nuove ondate. Per i ragazzi coinvolti non rischia di diventare un elemento di differenziazione rispetto a tutti gli altri?
«Le misure sono indicate dalle autorità sanitarie proprio per tutelare i fragili. L’Istituto superiore di sanità ha indicato chiaramente un set di azioni che si possono mettere in campo in modo diverso al variare della pandemia».

Ma perché non si è investito sul ricambio d’aria?
«Le linee guida dell’Istituto di sanità considerano questi impianti una misura integrativa rispetto alle procedure già consolidate e comunque non risolutori nei confronti del contagio».
Saranno necessari provvedimenti anche di tipo coercitivo per convincere gli insegnanti a vaccinarsi con la quarta dose?
«Nella scuola abbiamo avuto - fra personale e ragazzi - più vaccinati che in qualsiasi altra categoria, i rifiuti sono stati residuali».

Ultimo aggiornamento: 15:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA