Brexit, Sting, Bob Geldof e Elton John, la protesta di 110 cantanti: «Noi vergognosamente dimenticati»

Giovedì 21 Gennaio 2021 di Laura Larcan
Brexit, Sting, Bob Geldof e Elton John, la protesta di 110 cantanti: «Noi vergognosamente dimenticati»

Verrebbe voglia di chiamarla la Band Aid contro la Brexit. In fondo, gli artisti sono quasi gli stessi del leggendario Live Aid for Africa. Solo che stavolta non c'è di mezzo la battaglia contro la fame in Etiopia, ma i diritti dei musicisti. C'è Sting accanto a Bob Geldof, e ancora Elton John, Peter Gabriel, Brian May dei Queen, Robert Plant dei Led Zeppelin, Kim Wilde. Ma sfilano anche i più giovani Ed Sheeran, Liam Gallagher, Radiohead. E molti altri. Soprattutto le band. In tutto, 110 cantanti superstar inglesi che hanno preso carta e penna e hanno scritto all'unisono una lettera-appello di protesta contro la Brexit di Boris Johnson. Il primo a pubblicarla è stato il Times. «Noi musicisti - dicono - vergognosamente abbandonate dopo la Brexit». E denunciano senza mezzi termini o giri di parole come gli accordi «abbiano reso l'Europa una no-go zone per i musicisti». Tra le firme spiccano anche cantautori come Judith Weir, il direttore Simon Rattle e la violoncellista Nicola Benedetti. 

 

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Quali sono i problemi per i musicisti? Le nuove difficoltà ad ottenere i visti e permessi con costi lievitati in modo esponenziale. Fino a 350 sterline per strumenti musicali e altre attrezzature), per esempio. A lamentarsi sono infatti soprattutto le band itineranti. Dopo la fine della libera circolazione tra il continente e il Regno Unito si devono ottenere visti individuali prima di recarsi in qualsiasi paese dell'Unione Europea, con conseguenti costi aggiuntivi e beghe burocratiche che renderanno «molti tour insostenibili». Londra e Bruxelles si incolpano a vicenda per questa situazione ma - dicono i firmatari: «a farne le spese saranno i musicisti, specialmente i giovani e gli emergenti che già fanno fatica a tenere la testa fuori dall'acqua».

Non solo il Covid, ma anche la Brexit. Tutta l'industria musicale del Regno Unito è stata già devastata dalla pandemia e le nuove restrizioni rendono più faticosa e lontana la prospettiva di un ritorno alle sale da concerto, ai tour e ai festival. Il negoziatore europeo della Brexit, Michel Barnier, ha negato di essersi opposto alla libera circolazione dei musicisti durante i colloqui, assicurando di aver presentato a Londra «proposte abbastanza ambiziose in termini di mobilità».

La stampa inglese. Secondo il quotidiano The Independent, è stata Londra a rifiutare una proposta standard dell'Unione che concede un'esenzione dal visto di tre mesi ad artisti e creatori, cosa che Downing Street ha negato. Nei giorni scorsi la segretaria di Stato britannica alla Cultura, Caroline Dinenage, ha assicurato che la porta è rimasta «aperta» a ulteriori discussioni «se l'Ue è pronta a prendere in considerazione le proposte molto ragionevoli del Regno Unito».

Il passaporto dei musicisti. L'Unione dei musicisti ha chiesto la creazione di un «passaporto dei musicisti» che duri almeno due anni, dai costi «economici», che comprenda tutti gli Stati membri dell'Ue e che possa essere usato anche dallo staff, dai tecnici e da tutto il personale che rende possibile il tour. Varie petizioni in questo senso, anche su change.org, stanno raccogliendo in questi giorni migliaia di firme.

Ultimo aggiornamento: 16:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA