Chick Corea: «A Napoli suonerò per il mio amico Pino Daniele»

Chick Corea
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di Federico Vacalebre


Federico Vacalebre
Se si esclude la chitarra di Pat Metheny e il contrabbasso di Ron Carter, è un piccolo festival pianistico il cartellone del luglio jazz dell’Arena Flegrea. Dopo Diana Krall è arrivata la «3Union» di Danilo Rea tra Gino Paoli e Sergio Cammariere, ma, non se ne abbia a male nessuno, il vero protagonista del cartellone jazzistico della rinnovata struttura della Mostra d’Oltremare rimane di sicuro Chick Corea, atteso stasera con un quartetto all star: Kenny Garrett al sassofono, Wallace Roney alla tromba, Christian McBride al basso e Marcus Gilmore alla batteria.
Il suo sound è passato dall’avanguardia alla fusion alla stagione latina, mister Corea. Ricorda quando ha sentito l’esigenza di cambiare musica, quando ha chiuso una stagione e ne ha aperta un’altra?
«Ho sempre amato avere approcci diversi al fare musica, non solo come pianista, ma anche come compositore, arrangiatore e produttore. E mi piace lavorare con musicisti dalle diverse provenienze: credo che questo piaccia anche al pubblico».
La varietà è davvero al centro della sua premiata produzione, passando anche per territori inattesi, come composizioni di musica classica e un disco con il virtuoso del banjo Bela Fleck.
«È vero, non credo che la musica abbia dei confini, che i musicisti debbano finire nelle gabbie dei generi. Lasciamo libera l’immaginazione».
Eppure, alla fine, quando parliamo della sua carriera parliamo di jazz, di un pianista che ha lavorato con gente del calibro di Miles Davis, McCoy Tyner, Herbie Hancock, Keith Jarrett, Elvin Jones.
«È impossibile fare paragoni tra gli artisti. Quelli che lei ha nominato sono tutti unici, e tutti mi hanno insegnato qualcosa».
Anche il suo amico napoletano Pino Daniele?
«Certo. Unico: per me era un ponte per capire meglio le mie radici italiane. Ricordo con emozione il tempo speso con lui lavorando a “Sicily”: rese in maniera magica la mia canzone, valorizzando in profondo il mio omaggio all’isola, rendendolo chiaro a tutti. Suonare con Pino è stata una delle esperienza memorabili della mia vita. Ci ha lasciato una straordinaria eredità musicale, credo proprio che all’Arena Flegrea gli renderò omaggio».
E Bollani, con cui l’abbiamo visto in duo anche da queste parti qualche tempo fa?
«Stefano è un improvvisatore unico e magistrale, un vero creatore di musica. Spero in futuro di incontrarlo di nuovo, magari non solo in concerto, ma per inventare insieme nuova musica».
Da poco - il 12 giugno - ha compiuto 75 anni. Tempo di bilanci?
«Diciamo che mi sto godendo la vita, sono felice di girare il mondo suonando e che non ho nessuna intenzione di ritirarmi su un’isola deserta».
Intanto, sta riscoprendo sempre di più le sue origini italiane.
«Mio nonno Antonio veniva da Albi, un paesino sulle colline di Catanzaro, dove sono diventato amico di alcune persone il cui cognome è Corea. Sono stati carinissimi con me, mi piace il rapporto che si è creato. Amo la mia italian connection. Mamma Anna e papà Armando, nati in America, sfortunatamente non parlavano molto italiano in famiglia, volevano che io imparassi l’inglese per inserirmi meglio, ma mia madre mi ha insegnato come cucinare all’italiana».
Il titolo del concerto partenopeo è «Homage to the heroes». Quali «eroi» omaggerete? E come?
«Improvviseremo e suoneremo dal profondo del nostro cuore, non facciamo piani o scalette: questo sì che è jazz».
Che rapporto ha con la tecnologia in musica?
«La amo, ci sono molte nuove frontiere e sto facendo alcuni esperimenti elettronici che spero ascolterete presto».
Sabato 16 Luglio 2016, 00:50 - Ultimo aggiornamento: 16-07-2016 00:51
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