Rap/trap newpolitano, Nicola Siciliano: «Per il debutto mi faccio in due»

Nicola Siciliano
Nicola Siciliano
di Federico Vacalebre
Sabato 31 Ottobre 2020, 17:24 - Ultimo agg. 18:31
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Lele Blade, Speranza (terzo in classifica), Samurai Jay, PeppOh, ora Nicola Siciliano, poi CoCo e Livio Cori in arrivo: l'onda lunga del rap/trap newpolitano tracima, allaga tutto, mira alla conquista della scena, con contorno di primedonne urban in lotta per la corona di regina, vabbè, facciamo reginetta.
Siciliano, con l'amico Geolier, è tra i giovani protagonisti indiscussi di questo boom che ha portato al centro dell'agone hip hop il movimento verace. Così al centro che il suo primo album «fisico», ovvero pubblicato anche nell'antico formato del cd e non solo on line, è anche il suo secondo album. Proprio così: «Napoli 51» (Sony) completa infatti, e contiene, «Napoli 51: primo contatto), uscito in agosto, solo sul web. Due cd, dodici nuovi brani che si aggiungono a quelli già noti (26 in tutto, quindi).


Esploso con Geolier e «P Secondigliano», Nicola, classe 2002, conferma la tendenza ad allargare il raggio d'azione del rap/trap, sia sul fronte dello stile come dei contenuti. Trap, soul, hip hop, funk, grime, dancehall, jazz («Zen») e melodie veraci si (con)fondono mentre i testi oltre alle solite tematiche di strada, pur smussate e meno «arraggiate», guardano alla sfera sentimentale senza più sospetto.


«Volevo mostrare i miei due mondi, i miei due volti. Nel primo contatto c'era la fotografia di un movimento, del mio uscire di casa ed aprirmi al mondo», racconta Siciliano, «in questo nuovo disco provo a sentirmi padrone di una casa nuova». Un disco sequel? «Piuttosto il seguito inevitabile del precedente, con le emozioni della quarantena, la frustrazione di concepire suoni che non possono trovare il loro logico sfogo su un palco, in un club».


Nessun tradimento di Secondigliano, però: «Cerco il permesso pe' nu vaso, na carezza», canta il ragazzo dal flow d'oro (ma anche gran parte delle basi sono sue) e sembra rivolgersi alle persone, e alle strade desolate di periferia, che lo hanno visto muovere i loro primi passi, stupendosi di vedere spuntare «poster cu''a faccia mia».


I «featuring» non sono di facciata, ma di sostanza: «Resta cu me», con Ketama 126, è il singolo appena uscito, titolo che si accoda a due capolavori di Modugno e Daniele: «Di zio Pino ho fatto un paio di remix, "Je sto vicino a te" e "Anima". Siamo tutti suoi figli, lui ha unito melodia e ritmo, tradizione e modernità, quello che proviamo a fare tutti quanti noi». Nitro in «Collane» è «una consacrazione, se uno come lui divide il microfono con me vuol dire che sono sulla strada giusta». Rocco Hunt in «Collera» «è un amico, un fratello, una strada divisa», anche perché i due hanno lo stesso manager, Agostino Migliore, rapper della old school con il nickname di Chief. Per «Sona» con Clementino «non ci siamo incontrati in studio, non è stato possibile, mi ha mandato la sua traccia ma... era come se l'avesse scritta dopo una nottata passata a confrontarci». «Gialli, niri e ianche, o problema resta l'Italia» esplode Nicola, chiamando in causa anche San Gennaro, il contributo di Maccaro arriva come una fucilata: «La musica sa, frate', quanto ho sofferto».


Tra brani più tosti e stradaioli, senza esagerazioni gomorriste e machiste però, tra slow-trap sentimentali, tra echi ora neomelodici, ora addirittura veteromelodici, tra «Ora d'aria» e «Ragazzi fuori» spunta fuori anche un brano che si intitola «Auschwitz», ma è solo uno sfogo personale che chiama in causa il filo spinato che avvolge le vite dei giovani di periferia.


E ora? «E ora potrei mettermi a sistemare il mio terzo album, pardon, secondo. Scherzo, festeggio il disco e aspetto che passi la pandemia, che ci si possa di nuovo abbracciare, che l'unico contagio possibile sia quello della musica, dell'amore, del palco. È bello esordire, con tanta attenzione da parte di pubblico e media, alla mia età. Fa rabbia, però, non poter urlare il mio flow davanti agli amici, ai fans, alla mia città». Già, Napoli, tornata a scendere in piazza: «Il virus fa paura, chi non sa che cosa mettere a tavola ai figli ha un'altra paura. Nelle proteste ho sentito slogan giusti e sbagliati, visto facce giuste e sbagliate. Se questa è una guerra evitiamo almeno gli effetti collaterali».

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