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La ditta del boss per imporre il racket
al mercato dei fiori: un secolo di carcere

Sabato 16 Luglio 2022 di Dario Sautto
La ditta del boss per imporre il racket al mercato dei fiori: un secolo di carcere

 Racket al mercato dei fiori di Pompei imposto in modo «legale» attraverso una ditta gestita dai cognati del boss: anche in appello arrivano condanne per un secolo di carcere. La Corte d'Appello di Napoli ha confermato le pene per i principali imputati, accusati di aver rifornito di droga diverse piazze di spaccio dell'area stabiese. Reggono le accuse della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli – indagini condotte dai finanzieri del Gruppo di Torre Annunziata – secondo le quali capi e gregari del clan Cesarano di Castellammare si erano alleati con i Mallardo di Giugliano, i Contini di Secondigliano e con i Pecoraro-Renna di Salerno per la gestione delle forniture di droga, imponendo il pizzo a imprenditori e commercianti del comparto florovivaistico di Pompei attraverso «picchiatori» in prestito da altri clan.

Confermati i vent'anni di carcere per il boss Luigi Di Martino, alias «'o profeta», che al suo ritorno in libertà aveva ricevuto i galloni di reggente del clan Cesarano direttamente dal boss pluriergastolano Ferdinando Cesarano, noto per la fuga dall'aula bunker di Salerno e per gli oltre trenta ergastoli da scontare. Secondo l'accusa, era sua la «Engy Service», ditta che imponeva servizi extra alle aziende del Mercato dei Fiori di Pompei, in realtà abbattendo i loro introiti e facendo impennare gli affari solo per il clan.

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Stessa pena per il suo braccio destro Aniello Falanga e per Giovanni Cesarano, detto Nicola, cugino ed elemento di spicco del clan: per lui è arrivato il riconoscimento della continuazione con precedenti condanne. Confermata la condanna a quattordici anni per Antonio Iezza, autista del boss, e per i saleranitani Claudio Pecoraro (quindici anni e mezzo) e Francesco Magavero (sette anni e quattro mesi).

Piccoli sconti di pena per l'altro Luigi Di Martino, cugino omonimo e coetaneo del boss, ma soprannominato «'o cifrone», che ha usufruito della continuazione con altre condanne per un totale di nove anni da scontare in carcere. Per Carmine Varriale, napoletano di Secondigliano ritenuto il fornitore di cocaina, la pena da scontare è di otto anni, mentre per Felice Barra è di dieci anni e dieci mesi. Infine, per Adelchi Quaranta la pena è scesa a tre anni e due mesi, mentre per Vincenzo Amita a due anni e due mesi.

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