Alla scoperta del giardino di Babuk, l'antico ipogeo nascosto nel cuore di Napoli

di Antonio Folle

Una scoperta archeologica può nascere da un atto d'amore? A Napoli si. È la storia del giardino di Babuk, un antico complesso che fa parte dell'antica villa appartenuta ai Caracciolo Del Sole a via Giuseppe Piazzi, a due passi da via Foria. Nel 2007 l'intero complesso, che allora versava in condizioni di avanzato degrado, è stato comprato all'asta dal professor Gennaro Oliviero che, con notevole impegno - anche economico - lo ha riqualificato e restituito al suo antico splendore. L'acquisto, come ha raccontato lo stesso Oliviero, è stato favorito dalla presenza nel giardino di numerosi gatti. E proprio l'amore per i felini ha spinto il professor Oliviero - per anni ordinario di Diritto nelle università di Napoli, Bari e del Molise oltre che uno dei maggiori studiosi di Marcel Proust - ad acquistare l'intero complesso intitolandolo a Babuk, suo amico felino morto all'età di 18 anni. Quando Oliviero acquistò il complesso, però, nessuno immaginava che quello che veniva incluso nel rogito notarile come cellaio - luogo dove, prima dell'avvento dei frigoriferi si riponevano salumi e vini - fosse in realtà ben altro.
 
 

Dopo aver rimosso diverse tonnellate di detriti e rifiuti, infatti, si scoprì che il cellaio era in realtà una cavità molto più profonda di quello che si potesse immaginare. E così, scavi su scavi, si è arrivati alla camera principale dell'ipogeo. Una enorme camera intonacata circondata da cunicoli ancora oggi inesplorati che, in passato, era adibita a cisterna d'acqua ad uso delle abitazioni circostanti e che accoglieva a regime circa 700.000 litri d'acqua potabile. Ad oggi il dibattito tra gli storici è ancora vivo con due tesi contrapposte. Da un lato i modernisti che sostengono come la cavità risalga agli inizi del '600, quando i divieti allo scavo del tufo imposti dalle autorità vicereali spagnole costrinsero i pozzari a cercare altre zone dove scavare per recuperare materiali da costruzione. Dall'altro lato la versione degli antichisti è suffragata dalla inspiegabile presenza di segni esoterici e croci bizantine che farebbero risalire l'ipogeo di via Piazzi 55 ad epoche molto precedenti. Gennaro Oliviero, proprietario del complesso, sposa la prima ipotesi.

«In attesa che si arrivi a una conclusione del dibattito tra gli storici io sposo la versione modernista - spiega - e a chi mi chiede come si possano trovare croci di origine bizantina rispondo che, probabilmente, i pozzari che erano abituati a lavorare in luoghi molto più antichi di questo abbiano voluto riprodurre quello che avevano imparato a vedere ogni giorno. Naturalmente - precisa  Oliviero - si tratta di supposizioni che spero accendano ancora di più il dibattito sulla questione».

Dopo la chiusura dei pozzi ordinata in seguito alla grande epidemia di colera di fine '800, l'ormai ex cisterna fu abbandonata per qualche anno fino a quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu trasformata in rifugio antiaereo. Tantissime le testimonianze dell'epoca - elmetti militari e oggetti d'uso quotidiano abbandonati dai napoletani in fuga dai terribili bombardamenti alleati - che danno un commovente spaccato di vita quotidiana nei rifugi sotterranei. Al termine della guerra la cavità di via Piazzi fu nuovamente abbandonata, trasformandosi lentamente in una discarica di rifiuti.
 

Oggi il complesso di Babuk - giardini, ipogeo e sala convegni - è visitato da alcune decine di turisti all'anno. La speranza del professor Oliviero è che la memoria del gatto Babuk possa continuare a vivere anche dopo la sua morte e che l'intero complesso continui ad avere una funzione pubblica. «Qualche anno fa fui avvicinato dall'assessore al Patrimonio del Comune di Napoli che mostrò un certo interesse ad acquisire questa struttura, ma non se ne fece più niente anche a causa delle mie perplessità sulla capacità del Comune di gestire luoghi come questo. Io ho intenzione di donarla a qualche fondazione ma a determinate condizioni. Anzitutto che il giardino e l'ipogeo non vengano chiusi al grande pubblico e, poi, che si continui a conservarne il nome originario. Solo così posso avere la speranza che il ricordo del mio gatto viva anche quando non ci sarò più».
Venerdì 19 Aprile 2019, 15:33 - Ultimo aggiornamento: 19-04-2019 23:00
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