Pina e Angelo, l'arte di arrangiarsi: «Così l'unione fa la forza»

Lunedì 1 Marzo 2021 di Maria Pirro
Pina e Angelo, l'arte di arrangiarsi: «Così l'unione fa la forza»

La scala che porta al laboratorio è dipinta di un giallo così forte da accecare. La vecchia fabbrica di cioccolato è occupata da Madonne, tamburelli, macchinette napoletane del caffè, bicchieri e barattoli, santini, sedie e ringhiere rivestite con le cartelle della tombola. Specchi e festoni natalizi deformano sagome e stagioni. Non è periodo di incontri con la pandemia, è un tempo sospeso e questo spazio resta chiuso, in smobilitazione. Ma, qui, per 21 anni, Pina Andelora, che ne ha 58, ha preparato i dolci di cacao e zucchero per il negozio di fronte chiamato Perzechella, come lei; mentre il suo compagno è il Capitano. Anche lui viene da una industria, che ha abbandonato per interpretare Pulcinella e il Pazzariello in strada. La coppia è maestra dell'arte di arrangiarsi.

«Non da oggi vado contro corrente», afferma con la voce squillante e impostata Angelo Picone. «Cinquantasei anni fa sono nato a Sorrento, ma sono cresciuto ad Arzano. Sono stato un perito chimico. Ma, nel 1993, mi sono dimesso dalla EniChem di Acerra, del gruppo Eni. Ho preso un camper e ho iniziato a girovagare col desiderio di diventare un artista di strada. Nel 2010, ho fondato con il maestro Bruno Leone una associazione culturale». In vico Pazzariello 11. Il destino, anzi l'omaggio al folclore nel nome della sede che dista pochi metri da questa, denominata Il teatro di Perzechella e che guarda il portone della chiesa di Santa Chiara. L'altra è un basso tipico partenopeo, dove ragazzi imparano a recitare e le tradizioni sceniche, in attesa che tornino i turisti dopo l'emergenza sanitaria per improvvisare uno spettacolo. «Il coronavirus ha fermato tutti e tutto», dice Angelo, indicando le attività che resistono: la scuola gratuita di teatro e musica popolare (con l'Associazione rinascita teatro di strada che presiede) e qualche attività ludica a distanza. Ma Picone è inarrestabile, prende contatti, si propone e riprende il racconto dallo sbarco in città. «Nel 2010, all'inaugurazione dell'associazione ho conosciuto Pina, che stava cercando di fare qualcosa di nuovo dopo la chiusura del negozio di cioccolato. L'ho conquistata con una serenata. Una tarantella del Gargano. E l'amore si è intrecciato con i progetti lavorativi e anche sociali». La coppia ha personalizzato l'ex fabbrica di cioccolato, trasformandola in spazio «spassatiempo», lo definisce Angelo, in dialetto. Qui il caffè, accompagnato da una canzone, è diventato un rito. «Con i tedeschi è stato subito un successo. E, dal caffè, si è passati al pranzo, coinvolgendo i vicini in cucina...». Ogni casalinga si è specializzata in una portata del menu, dalla parmigiana di melanzane al casatiello. E, dall'esperienza nella produzione di leccornie, è stato creato un laboratorio didattico organizzato con i bimbi del quartiere, unendo gusto, olfatto e divertimento. Ma i cioccolatini qui assumono anche la forma del Vesuvio e del Castel dell'Ovo, della zizza di Carmela, del paniere, dell'aglio o degli spaghetti. Anche questa è una rappresentazione. Una finzione che diventa modo autentico, e originale, per parlare alla città e della città. Per Pina, significa usare il linguaggio della creatività che ha imparato sin da ragazza. «Aprii il negozio dopo aver realizzato per anni scatole con le gouache commissionate dalle più importanti aziende di cioccolatini. Scambiando i contenitori con il contenuto, recuperai la materia prima per mettermi in proprio», ricorda orgogliosa senza nascondere operazioni sul filo per far quadrare i conti. Ma, nell'arte di arrangiarsi, la coppia è maestra anche per gli altri. Sua la trovata del panaro solidale calato dal balcone di casa. Perché l'unione fa la forza. «Con le offerte raccolte durante il primo lockdown, ci siamo ritrovati a preparare uno, due, tre, quattro, venti pasti al giorno».

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