Ivan Lins al Ravello Festival: un InventaRio italo-brasiliano

Ivan Lins e gli InventaRio
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di Federico Vacalebre

Tra i grandi della musica popular brasileira - Veloso, Buarque, Gil, Ben, Nascimento, Jobim - quello di Ivan Lins è, il talento meno scoperto e reclamizzato in Italia. È davvero prezioso, allora, l'invito di Maria Pia De Vito al settantatreenne compositore di Rio de Janeiro che aprirà questa sera a Villa Rufolo la tranche jazz a lei affidata del Ravello Festival.

Una connection italo-brasiliana, Ivan?
«Sì, proprio così. Sarò sul palco con gli IventaRio, gruppo straordinario. Il gruppo guidato dal pianista Giovanni Ceccarelli e dal contrabbassista Ferruccio Spinetti mi coinvolse nel suo primo album e, non soddifatto, volle fare il bis, concependo un un secondo capitolo incentrato solo su traduzioni di miei brani, andato così bene da aver meritato la nomination ai Latin Grammy del 2014, cosa che mi ha fatto due volte felice, perché quello è un recinto in cui si vede e si sente poca musica italiana, che, invece, fa parte a pieno titolo della musica latina».

Quindi ci saranno i materiali di quei due cd in scaletta, stasera?
«Sì, ma anche i miei successi personali, il tutto in una cornice mozzafiato: ho visto una foto del panorama alle spalle di chi si esibisce a Ravello, è straordinario davvero».

Il tuo premiato canzoniere è frutto di una fusione, che sembra naturalissima, tra i suoni della tua terra e quelli americani. Com'è nata?
«A quattro anni ero a Boston, dove lavorava mio padre, folgorato dalle colonne sonore dei cartoni animati della Disney, spesso scritte da grandi compositori, vicine al jazz, al ''great american songbook”'', agli standard. Così quando sono tornato in Brasile mi è venuto spontaneo portare quelle sonorità dentro la bossanova, che era il suono del mio Paese, e poi di continuare così, nella scoperta del pianoforte come strumento, dell'arte dello scrivere canzoni, del fare musica dal vivo. Ho messo le big band accanto a Noel Rosa, lo swing nel letto del samba».

Anni fa ci incontrammo a Capri, in una mattina d'estate, stavi lavorando con Fossati.
«È stato bello scrivere a quattro mani con Ivano, anche se non abbiamo mai avuto il tempo e l'occasione per intensificare come avremmo voluto la nostra collaborazione».

Parliamo ancora di musica italiana, anzi napoletana.
«Ho iniziato ad ascoltarla negli anni Sessanta tramite Peppino Di Capri: dentro le sue canzoni c'era una felicità ed una leggerezza che mi intrigavano, le cantavamo sulla spiaggia con una chitarra e le ragazze attorno. Poi ho incontrato Pino Daniele, straordinario, in qualche modo molto vicino al mio mondo, passammo un bel pomeriggio a parlare di musica. E poi Maria Pia De Vito».

Nel secondo disco degli InventaRio c'è anche lei. La ascolteremo stasera?
«Mi piacerebbe, ha tradotto in napoletano un mio pezzo, ”''Renata Maria'', diventato con lei ''Stella d''a mia''. Lei è riluttante, è qui come direttrice della sezione jazz del festival, non vuole imporre la sua presenza... speriamo di convincerla, noi preparemo il pezzo inseguendola fino alla fine: ha una voce bellissima e il napoletano è una lingua musicalissima, vicina alla mia».

I tuoi brani sono stati cantati dalle voci più importanti del mondo, da Ella Fitzgerald a Michael Bublè. Se dovessi sceglierne tre in cui sintetizzare la tua carriera?
«Difficile, ma ci provo: naturalmente ''Madalena'', il mio primo successo, inciso da Elis Regina. Poi ''Comecar de novo'', per segnare la mia collaborazione con Vitor Martins, il principale autore dei versi delle mie canzoni. E poi ''Illuminados'', scritto per mia moglie e il nostro matrimonio: 34 anni dopo stiamo ancora insieme, credo davvero nell'amore, non lo canto solo».
Martedì 10 Luglio 2018, 14:57 - Ultimo aggiornamento: 10-07-2018 15:17
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