Addio Perlini, ribelle del teatro underground

Giovedì 6 Aprile 2017 di Donatella Longobardi
Memè Perlini

Soffriva da tempo una profonda depressione Memé Perlini attore e regista, morto l'altra notte dopo un volo dal balcone della sua casa romana. Aveva sessantanove anni. È stato l'amico Ulisse Benedetti, già direttore del teatro Beat72, dove Perlini recitò con Carmelo Bene, a dare la notizia del probabile suicidio, raccontando che il corpo senza vita è stato trovato alle prime luci dell'alba nel cortile del palazzo di via principe Eugenio, nei pressi di Piazza Vittorio. Qui l'attore viveva solo, accudito da una badante.
«Soffriva di una depressione grave, ma era in cura», ha raccontato Benedetti sottolineando il fatto che «aveva la scrivania ingombra di farmaci. Abbiamo tentato in tanti modi di farlo interessare a nuovi progetti, purtroppo senza successo», ha aggiunto l'amico che insieme alle persone a lui più vicine aveva cercato di alleviarne la solitudine e la malattia. Ma invano.
Esponente di spicco dell'avanguardia teatrale romana, nato in un paesino delle Marche in una famiglia di giostrai girovaghi, aveva studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Roma prima dell'incontro con Lindsay Kemp, di cui era stato amico e allievo. Fondamentale nella sua carriera anche Giancarlo Nanni che con lui fondò nel 73 il teatro La Maschera dove maturò il sodalizio personale e artistico con lo scenegrafo, attore e regista Antonello Aglioti - scomparso nel 2013 col quale creò spettacoli come «Locus solus», «La cavalcata sul lago di Costanza», «Il risveglio di primavera». Tanti anche i film, sia come interprete che come autore. Lo vollero sul set registi come Germi («Le castagne sono buone» 1970), Leone («Giù la testa» 1971), Scola («La famiglia» 1987), Mazzacurati («Notte italiana» 1987), Comencini («Voltati Eugenio», 1980), ma lui non disdegnò neppure ruoli da caratterista in tanti b-movie.
Due pellicole da lui dirette arrivarono a Cannes nella sezione Un Certain Regards: «Grand Hotel des Palmes» sullo scrittore francese Raymond Russel morto suicida a Palermo nel 1933 e «Cartoline italiane», ambientato nel mondo del teatro e interpretato da Kemp.
Tra i suoi film «Ferdinando uomo d'amore» con Ida di Benedetto tratto dal celebre testo di Annibale Ruccello, segno del profondo legame di Perlini con Napoli e i suoi fermenti culturali di cui fu attivamente partecipe. Tra gli anni Settanta e Novanta Perlini aveva spesso lavorato in città portando molti dei suoi spettacoli al teatro Nuovo, uno dei principali centri propulsori delle nuove tendenze. E proprio il Nuovo nel 92 aveva prodotto una sua fortunata messa in scena della «Medea» di Seneca rappresentata tra i templi di Paestum. Successivamente, per le Panatenee a Pompei, curò «La Lupa» da Verga, sempre con Francesca Benedetti come protagonista. «E per un periodo pensammo anche di unire le nostre forze, poi non se ne fece nulla, ma eravamo sempre molto vicini. Per noi Napoli era centrale, lui aveva radici forti a Roma, avevamo approcci diversi. Ma il teatro è così, ci sono momenti di grande condivisione poi ci si perde. Il teatro è vita ma è anche un luogo spietato che può uccidere», racconta ora Igina Di Napoli, anima dello Spazio di Montecalvario. A Napoli Perlini conobbe anche un giovanissimo Toni Servillo invitandolo come protagonista di uno dei suoi spettacoli più riusciti «Eliogabalo» (1981). Di quei tempi il felice rapporto con Falso Movimento e l'invito a Roma, nel suo spazio La Piramide, allo spettacolo culto di Mario Martone, «Tango Glaciale» contribuendo così all'affermazione del gruppo napoletano a livello nazionale e internazionale. «Era un teatro sottolinea Angelo Curti - che allora era in una zona molto più periferica di quanto non lo sia oggi, aveva una programmazione alternativa che calamitava grande attenzione. Ricordo ad esempio di aver incontrato personaggi come Angelo Rizzoli e Alberto Arbasino».
A Napoli, poi, anche l'incontro con Ida Di Benedetto che oggi piange l'amico di tante avventure comuni. «Lui amava in modo particolare la scrittura di Ruccello e volle interpretare nel film il ruolo di Don Catellino, ruolo che a teatro era stato di Annibale. Durante le riprese, quando era lui a recitare, spesso ero io che gli suggerivo se il ciak era andato bene o no. S'era creato un rapporto molto intenso, umano. Memè era diventato una persona della mia famiglia, era legato a mia madre alle mie figlie. Fu lui a farmi comprare casa a Todi, vicino alla sua: Così disse stiamo insieme».
Insieme non fecero solo il film da «Ferdinando». L'attrice napoletana ha recitato con Perlini in «Medea», poi in «Giovanna d'Arco» su un testo di Emilio Isgrò e Pirandello, un recital dedicato a tutti i personaggi femminili del grande drammaturgo siciliano. «Lo fece proprio per me, perché mi lamentavo di non aver mai recitato Pirandello. E su mia indicazione inserì un brano da L'uomo dal fiore in bocca che diventò La donna dal fiore in bocca», ricorda la Di Benedetto che tornerà presto a Napoli per due film: il primo come attrice con Piscicelli, «Gli altri» da Michele Prisco, e il secondo di Ruggero Cappuccio «Il corpo di Napoli», di cui è anche produttrice. «Ho sentito Memè al telefono un paio di mesi fa, ciclicamente lo chiamavo, proposi di incontrarci, ma lui non volle. Mi disse: Non è il momento. Non lo rivedrò più».

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