CORONAVIRUS

Lockdown: una donna pestata
ogni 24 ore, più vittime anziane

Giovedì 7 Maggio 2020 di ​Mary Liguori
Calano i reati predatori, aumentano le aggressioni tra le mura domestiche. Il dato in provincia di Caserta è allarmante. Durante il lockdown la media di richieste di aiuto è stata di più di una al giorno. Almeno una donna picchiata, stuprata, aggredita o vessata psicologicamente ogni ventiquattro ore. La convivenza forzata acuisce i problemi e la violenza latente diventa schiaffo, pugno, calcio. Diventa pestaggio. La prima linea resta, anche in emergenza sanitaria, quella delle associazioni, oggi più che mai isole nell’oceano istituzionale che della violenza di genere fa gran parlare e pochi fatti. È un volontariato fatto da donne per le donne che a Caserta ha una tradizione trentennale e trova una delle sue massime espressioni in Spazio Donna. Tre centri antiviolenza tra il capoluogo, Piedimonte Matese e Marcianise, due case rifugio e un numero, quello della fondatrice, Tiziana Carnevale, (3313837333) attivo h24. Su quel cellulare, ma anche al 1522, al Telefono rosa, sono arrivate dal Casertano, dall’inizio del lockdown all’avvio della fase 2, oltre cinquanta richieste di aiuto. Il fenomeno della violenza di genere, lo confermano anche i dati della questura di Caserta, è l’unico che non ha subito un’inflessione nel corso dell’isolamento dettato dalle misure anti-contagio. C’era da aspettarselo. Tra chiusure di attività lavorative, smartworking, poche occasioni di uscire, se non per fare la spesa, situazioni di pregresso disagio si sono trasformate in gabbie. «Convivere in case spesso piccole, dove non si può trovare uno spazio per trascorrere del tempo individualmente, ha aggravato situazioni di violenza preesistenti», spiega Carnevale.

Emerge dai dati un’impennata di aggressioni ai danni delle donne over 50. «Abbiamo avuto richieste di aiuto da persone di 71 anni, 64 anni, 60 anni e 55 anni», conferma Tiziana Carnevale, fondatrice di Spazio Donna. «Se prima del lockdown avessero già subito violenza? C’erano sicuramente state delle avvisaglie, chi aggredisce la propria moglie dà sempre altri segnali, perché è un violento: dal linguaggio a qualche schiaffo». Ma la convivenza forzata ha scatenato una tipologia ben più grave di atteggiamenti. «Costole rotte, frattura del setto nasale: sono queste le situazioni che abbiamo dovuto affrontare, parliamo di veri e propri pestaggi». E non sono mancati casi di donne scappate di casa per sfuggire a compagni violenti. «Incinta e con una bambina di due anni si è rivolta a noi per accedere a una casa rifugio in questo periodo di isolamento». L’altro dato che balza dalla fotografia dei centri anti-violenza è il contesto in cui le aggressioni si sono verificate. L«Nessun caso di povertà, ma situazioni economiche nella media», dice Carnevale.
 
 

È all’interno di rapporti stabili e consolidati, ovvero nell’ambito del matrimonio, che si sono registrati tutti i casi di aggressione nel Casertano durante l’isolamento. «Le richieste di aiuto sono arrivate da donne sposate, picchiate spesso in maniera selvaggia, sempre dal proprio marito», conferma Carnevale. Oltre alle aggressioni fisiche, è cresciuto esponenzialmente anche il fenomeno della violenza psicologica. Insulti, urla, atteggiamenti denigratori. E, venute a mancare altre valvole di sfogo come il lavoro, l’amante, l’uscita con gli amici, la vessazione sulle vittime si è fatta giorno dopo giorno più feroce, fino a sfociare in aggressioni fisiche.

Ma non tutte le donne che subiscono angherie hanno la forza di reagire, di dare alle autorità la possibilità di fermare il marito orco. «La denuncia è l’ultimo passo di un percorso di liberazione dal giogo maschile: il primo step è parlare, confrontarsi con altre donne, trovare qualcuno che ascolti. È questo ciò che facciamo, in primis. Denunciare non è semplice. Qui a Caserta, in tal senso, siamo fortunati, perché abbiamo un’eccellenza in questura, un nucleo ad hoc creato dalla dottoressa Cimmino con operatori preparati per questo tipo di denunce. Ma per una donna che vive la violenza è difficile affrontare l’iter che va dalla prima esposizione dei fatti alle forze dell’ordine, alla testimonianza in tribunale, fino a dover affrontare i servizi sociali che spesso impongono per i figli minori incontri protetti con padri violenti», continua Carnevale.

Il vuoto istituzionale che le associazioni avvertono da sempre si sente oggi più che mai, soprattutto per quelle donne che hanno già completato il loro percorso e vivono con i propri figli. «Raggiunta un’autonomia economica grazie a lavori a nero, si sono ritrovate senza risorse durante la pandemia e senza la possibilità di poter accedere ad alcun supporto economico», conferma Carnevale. «Siamo riusciti a dar loro un aiuto solo con i nostri mezzi e grazie alle associazioni Cittadinanzattiva tribunale diritti del malato e al Centro artistico Omnia Arte che hanno organizzato delle raccolte fondi in loro favore». «L’abbandono istituzionale espone queste persone a una doppia violenza», conclude. Ultimo aggiornamento: 08:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA