Tangenti al polo calzaturiero,
boss Zagaria condannato a 10 anni

Tangenti al polo calzaturiero
Zagaria dovrà scontare 10 anni
di Marilù Musto

La somma annuale del pizzo concesso al clan era pari a 160.000 euro. La camorra ha preteso questa tangente almeno fino al 2010, stando alle indagini. Poi, giovedì, c'è stata la sentenza del giudice Claudia Picciotti del tribunale di Napoli che ha condannato a 10 anni di reclusione il boss ergastolano Michele Zagaria. Il capo dei capi del clan dei Casalesi, durante il processo per le estorsioni al polo calzaturiero della zona Asi di Teverola-Carinaro-Gricignano, ha persino revocato i suoi legali difensori Angelo Raucci e Andrea Imperato. Condanna a 13 anni di carcere anche per Salvatore Verde detto «Tore a bestia», esecutore materiale della richiesta di pizzo, al quale è stata riconosciuta la continuazione.
Il giudice ha anche stabilito il risarcimento dei danni alla vittima che ha denunciato la camorra, Luciano Licenza, l’imprenditore - difeso dal legale Vittorio Giaquinto - imputato in un processo in corte di Appello. Il risarcimento sarà stabilito in sede civile. Storia recente, quella delle tangenti.  In un primo momento, alcuni imprenditori del polo erano stati considerati dei «collettori» fra il clan e gli imprenditori del polo. Stando alle indagini della Procura Antimafia di Napoli, pm Catello Maresca, a riscuotere le somme erano gli affiliati-cassieri di San Cipriano d’Aversa per Iovine e Verde detto «Tore a’bestia» per Zagaria. Gli imprenditori, «stritolati» dal sistema, avevano sempre taciuto.
Tranne Licenza. Sei anni dopo l’arresto del boss Iovine, si è scoperto tutto grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e alle primissime dichiarazioni di Luciano Licenza, l’imprenditore dell’inchiesta «Medea» che quattro anni fa aveva iniziato a spiegare agli inquirenti il meccanismo del pizzo a scadenza annuale applicato da Zagaria e Iovine.

Il complesso del polo calzaturiero che stava per sorgere nel 1997 si unì nella sigla «Unica»: società consortile. Ma il sogno del centro industriale che doveva trasformare in «gioiello» la tradizione dell’artigianato di pelli e scarpe dell’agro Aversano, evaporò ben presto. Solo alla fine, il progetto è sfumato con la creazione di un maxideposito ancora attivo: un gioiello che ha perso la sua brillantezza iniziale pur restando un unicum in zona.
Sabato 3 Marzo 2018, 18:25
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