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Frutta e verdura, prezzi folli. Siccità e caro-trasporti non giustificano l'aumento

Domenica 3 Luglio 2022 di Carlo Ottaviano
Frutta e verdura, prezzi folli. Siccità e caro-trasporti non giustificano l'aumento

Chiamatelo ottovolante o, se volete, montagne russe: il mercato della frutta e della verdura sembra davvero impazzito. L'inflazione record dell'8% (mai così alta dal 1986) incide pesantemente sul reddito delle famiglie. Ma a creare insicurezza è anche l'altalena dei prezzi, che appare per molti versi inspiegabile. Prendiamo il caso del costo delle melanzane ai mercati all'ingrosso rilevati venerdì dall'Ismea. Cosenza e Lecce distano solo 304 chilometri: nella città calabrese l'ortaggio è venduto a 0,38 euro al chilo, in Puglia a 0,60. Se oltrepassiamo lo Stretto di Messina, ecco che a Vittoria (Ragusa) vale 0,35 al chilo, mentre nel centro Italia, a Latina, 0,55. Stessi prezzi pazzi per altri prodotti. Pomodori a 2 euro a Cuneo, intorno a un euro a Latina. Dai mercati generali al bottegaio sotto casa, la differenza cresce ancora di più. 

«Mai come stavolta - afferma Fabio Massimo Pallottini, presidente di Italmercati e direttore generale del Car di Roma - vale il ragionamento sul cosiddetto km zero. Al mercato di Verona, dove arriva moltissimo prodotto dal Sud, l'incidenza del costo di trasporto la senti. A Vittoria, a Roma o a Fondi si riesce a mantenere prezzi più normali. Il consiglio è quindi di consumare prodotti del territorio, meno li sposti, meno impatti sul costo del carburante». Esemplare il caso delle banane, fortunatamente tipico frutto usato in inverno. Dovendo spedirlo da altri continenti, i produttori stanno avendo difficoltà a venderlo recuperando tutti i costi. Meglio bloccare le esportazioni. Analizzando i dati dei 20 mercati aderenti a Italmercati, emerge una situazione che Pallottini definisce «schizofrenica». «Il caldo e la siccità spiega - sono all'origine della differenza di qualità tra i prodotti e quindi nei prezzi. C'è abbondanza di prodotti scadenti a basso valore e scarsità di prodotti ottimi a costi ben maggiori. Per esempio, quest'anno la gran parte delle albicocche sono di seconda scelta e non eccellenti dal punto di vista organolettico e visivo». 

La forchetta è nell'ordine del 10-15% che in genere su un chilo di frutta dovrebbe significare una differenza di circa 30 centesimi al chilo ai mercati generali. Invece, sugli scaffali dei dettaglianti e dei supermercati ci sono differenze anche di 10 volte, come nel caso delle ciliegie, che nelle varietà e con i calibri migliori raggiungono il top a 20 euro al chilo contro la base di 3 euro per le piccole e di minore qualità. Evidentemente interferiscono anche distorsioni speculative in alcuni passaggi della filiera. Dunque, siccità e caro-trasporti non bastano a giustificare i prezzi folli. In questi giorni sta entrando nel vivo la stagione delle angurie e già si palesano differenze pronunciate tra le diverse aree (più care in Puglia, meno nell'area pontina del Lazio, nonostante, in questo caso, si annunci una stagione di buona qualità). «Però afferma Pallottini direi di non demonizzare i prezzi, perché, con le altissime temperature, la dieta di frutta e verdura è estremante salutare». Infine, a influire sulla diversità di quotazioni tra una zona e un'altra d'Italia è la logistica del settore nella fase di intermediazione. 

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«La situazione è già cambiata in meglio, non siamo più ai tempi dei mercati comunali gestiti dalla mala politica», afferma Pallottini. Un ulteriore miglioramento arriverà con i finanziamenti previsti dal Pnrr, rendendo i mercati più sostenibili. «Il punto afferma il presidente di Italmercati sono però i costi non visibili che pesano su grossisti e dettaglianti: eccessiva fiscalità diretta e indiretta, prezzi dei carburanti, ticket autostradali senza agevolazioni per il settore. E poi, particolarmente pesante in questi giorni di estremo caldo, la deperibilità delle merci rimaste invendute a fine giornata».

Ultimo aggiornamento: 5 Luglio, 09:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA