CORONAVIRUS

Modello Lombardia, un flop: sanità zoppa e 27 inchieste

Martedì 4 Agosto 2020 di Diodato Pirone
​Modello Lombardia, un flop: sanità zoppa e 27 inchieste

Contrariamente a ciò che appare in superficie, la crisi del modello lombardo più che un enorme groviglio di carattere giudiziario fa emergere un nodo di carattere squisitamente politico: siamo sicuri che il modello di Sanità lombardo funzioni? E, se sì, quanto costa non solo ai lombardi ma anche agli altri italiani?

Già perché prima di riferire dell’infinito elenco di inchieste della magistratura che stanno sommergendo le scrivanie del Pirellone il vero punto da chiarire è il seguente: la riforma leghista della sanità lombarda avviata nel luglio del 2015, che ha potenziato gli ospedali e ridotto il controllo sanitario del territorio partendo da una svalutazione del ruolo dei medici di base, è stata una buona idea o no? Il mondo della Sanità (e degli interessi fortissimi che lo compongono visto che questa voce assorbe circa 150 miliardi l’anno di cui 110 pubblici) è diviso. Ma la diversa risposta alla pandemia da parte di Regioni che il controllo del territorio l’hanno mantenuto lascia pensare che una seria riflessione sull’organizzazione della sanità in Lombardia sia improcrastinabile.

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Anche il secondo groviglio che sta imbrigliando il modello lombardo è squisitamente politico. Quella sanità basata sugli ospedali lascia molto spazio ai privati che spesso possono permettersi di pagare molto bene medici noti. Questo elemento permette alla Lombardia (ma anche ad altre Regioni del Nord) di attrarre molti pazienti dal Sud. Il risultato di questo meccanismo è abbastanza disastroso sul piano dell’equità del trattatmento sanitario fra i cittadini italiani previsto dalla Costituzione perché finisce per impoverire ancora di più la sanità del Sud già in affanno. Fatto sta che nel 2018 le altre Regioni italiane hanno versato nelle casse degli ospedali lombardi la bellezza di 600 milioni di euro per pagare le cure dei propri residenti che scelgono medici curanti lombardi. La domanda di fondo si impone: l’autonomia regionale può spingersi fino a limite di costruire sistemi sanitari locali che tagliano l’erba sotto i piedi di altri sistemi sanitari? Anche questa domanda non è più eludibile se si vuole mantenere un equilibrio nazionale senza ridurre livelli di efficienza.

Si tratta di domande e di scelte che si stanno profilando in un quadro complessivo di crisi profonda del modello di gestione lombardo che lambisce i confini dell’etica.
La Regione ha chiuso una società assai discussa sul fronte degli sprechi e del clientelismo come Lombardia Informatica ma il bel gesto è stato sommerso da una vicenda che, comunque la si voglia giudicare, non è certo un bel vedere. Stiamo parlando della gestione del “negozio” sui camici fra la Regione Lombardia e un’azienda di proprietà di parenti del presidente della Regione, Attilio Fontana, fra i più importanti ras leghisti. Così come non si può non notare l’efficacia della battuta di un avversario della Lega come il pentastellato Luigi Di Maio che ha accusato Fontana, dopo la scoperta di un suo conto tenuto legalmente in Svizzera, di aver sostituito lo slogan “prima gli svizzeri” al “prima gli italiani” che ha fatto la fortuna del Carroccio.

A differenza di altre Regioni (dove per la verità la pandemia non è stata altrettanto forte) il caso Covid sta avvolgendo il modello Lombardia in una soffocante galassia di inchieste giudiziarie.

Ad esempio i gestori del Pio Albergo Trivulzio, scelti dalla Regione, sono sommersi da avvidi di garanzia. Sotto accusa è la delibera regionale dell’8 marzo con la quale è stato consentito il trasferimento di persone positive nelle strutture per anziani per alleggerire la pressione sugli ospedali. In Lombardia si contano ben 27 inchieste analoghe.

Ci sono poi indagini su un accordo sui test seriologici fra un ospedale pubblico e una società piemontese nonché su un fiore all’occhiello della giunta Fontana: l’ospedale della Fiera costruito in fretta e furia con 21 milioni donati da privati ma che non ha mai ospitato più di 20 malati di Covid.
 

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