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Camorra, ecco perché uccisero padre e figlio

Sabato 22 Novembre 2014 di Leandro Del Gaudio
Camorra, ecco perché uccisero padre e figlio

Fu ucciso perché non faceva girare più gli stessi soldi di un tempo, perché era confidente di polizia. Eccola la verità sulla morte di Gennaro Sacco, boss del clan omonino di San Pietro a Patierno, ammazzato nel 2009 assieme al figlio Carmine.

Cinque anni dopo il delitto di padre e figlio, c’è una prima ricostruzione investigativa, secondo quanto emerge dalla misura cautelare in carcere firmata dal gip Pietro Carola.

Sette indagati, cinque arresti, due pentiti che svelano come andarono le cose in quell’autunno del 2009, quando la cronaca cittadina catapultava Napoli e i suoi scenari pulp in mezzo mondo, in seguito alla decisione della Procura di diffondere il video di un killer in azione tra i vicoli del rione Sanità.

Una stagione ripercorsa dalle indagini dei pm Giusy Loreto e Enrica Parascandolo, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Filippo Beatrice, che ricostruiscono possibili moventi e responsabilità del doppio agguato mortale.

Cinque anni fa, era il 24 novembre del 2009, quando venne consumato l’agguato contro il boss del rione Berlingieri, contro uno dei capi dello schieramento dei Sacco-Bocchetti, a loro volta in una posizione di autonomia rispetto al clan Licciardi di Secondigliano.

Perché ammazzare un boss? Quale fu il movente? E chi fece fuoco? Partiamo dagli arresti di ieri. Sono stati i carabinieri del comando provinciale agli ordini del colonnello Antonio De Vita a notificare le misure cautelari in carcere a carico di Ciro Bocchetti, Stefano Foria, Paolo Murolo, Ciro Casanova e Salvatore Criscuolo, in uno scenario investigativo in cui risultano indagati anche i due pentiti Antonio Zaccaro e Domenico Monteriso.

Ma quale fu il movente? Perché uccidere padre e figlio? Stando a quanto scrive il gip Carola nel capo di imputazione, c’era l’esigenza di liquidare un boss che non risultava più affidabile da un punto di vista economico, perché non garantiva stipendi per tutti gli affiliati; in secondo luogo - scrive il giudice - si era diffusa la notizia secondo la quale Gennaro Sacco fosse un confidente di polizia, dell’allora capo della mobile Vittorio Pisani.

Una circostanza emersa in particolare nel corso delle indagini sull’omicidio di Mariano Bacioterracino, consumato in via Vergini nella primavera del 2009: un episodio immortalato da un video ricavato in una caffetteria, che viene diramato quando nessuno riesce a dare un nome al killer, quando le indagini sembrano approdare in un vicolo cieco.

È in questo periodo - si legge nella misura cautelare applicata ieri - che comincia a serpeggiare la notizia secondo la quale Gennaro Sacco è un confidente di polizia. Dunque Sacco doveva morire perché non faceva girare i proventi della droga e delle altre attività illecite ed era anche confidente di polizia. Un doppio movente.

Una ricostruzione che spinge oggi il gip Carola a inserire nella misura cautelare anche una parte del verbale stenotipico del dibattimento che si è celebrato dinanzi alla settima penale, in cui Vittorio Pisani (assolto dall’accusa di aver favorito un imprenditore, ndr) confermava che Sacco era stato in passato un confidente di polizia.

Scenari delicati, specie in un periodo in cui i Sacco-Bocchetti si erano resi autonomi rispetto ai Licciardi di Secondigliano e avevano intrecciato rapporti sempre più costanti con gli Amato-Pagano, i Lo Russo e i Moccia, secondo quanto emerge da un comunicato stampa diramato ieri dalla Procura di Giovanni Colangelo.

Cinque anni dopo la cattura del killer venuto dal web (l’omicidio di Costanzo Apice fece il giro della rete, ndr), cinque dopo l’esecuzione del boss e del figlio, c’è un punto fermo che ora attende la versione dei protagonisti di quella stagione.

Ultimo aggiornamento: 23:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA