CORONAVIRUS

Coronavirus, paziente di 47 anni in fuga da Bergamo: «Lì è un inferno, a Jesolo mi hanno salvato la vita»

Lunedì 30 Marzo 2020 di Giuseppe Babbo
La terapia intensiva di Jesolo

«A Jesolo mi hanno salvato la vita». Dalla provincia di Bergamo all’ospedale di via Levantina per sconfiggere il Covid-19. Lui è Alberto Battistel, 47 anni, originario di Jesolo ma da anni domiciliato in Lombardia. Per la precisione a Martinengo, comune in provincia di Bergamo. Ed è qui che ha visto con i suoi occhi un inferno fatto di ammalati, sofferenza e morti. Fino a quando ha preso la decisione di trasferirsi a Jesolo, con un’ambulanza privata, per farsi curare. Una possibilità dovuta al legame con la sua terra d’origine e alla residenza mantenuta a Jesolo, dove vivono la mamma e il fratello e dove si trova ancora il suo medico di base. 

«All’inizio di marzo mi sono ammalato – racconta Alberto – con i chiari sintomi del Covid. Non posso dire dove sono stato contagiato perché nella provincia di Bergamo l’80% della popolazione è stata contagiata. Nel nostro caso abbiamo avuto tutti i sintomi: io, mia moglie, i nostri due figli di 5 e 7 anni, i miei cognati e mio suocero. Io sono quello che ha avuto i sintomi più gravi». Vale a dire febbre e dolori, sfociati poi in una polmonite bilaterale interstiziale.
 

 

«A Bergamo avevo avvisato il mio medico di base – continua nel racconto Alberto – e poi il servizio di 112. Di fatto mi hanno detto di rimanere a casa, perché l’accesso agli ospedali era riservato alle persone più gravi. Mi sono curato a casa per undici giorni: prendevo la tachipirina ogni quattro ore. La febbre scendeva e poi risaliva. Nei primi tre giorni ho avuto dei miglioramenti, poi sono peggiorato. Consultando il medico di base ho iniziato a prendere anche un antibiotico».

Fino a quando è maturata la scelta di trasferirsi a Jesolo per farsi curare. «Ho verificato se con il fatto di avere la residenza a Jesolo – spiega ancora Alberto – potevo farmi curare in quel luogo. Ottenuta la risposta affermativa ho organizzato il trasferimento con un’ambulanza privata che mi è costata 600 euro. A Bergamo e in Lombardia è come se fosse scoppiata una bomba: non potevo farmi curare li, non c’era la possibilità e al tempo stesso non potevo continuare a rimanere a casa. Per questo ho deciso di lasciare la Lombardia, dove la sanità è veramente al collasso».
 


Il trasferimento a Jesolo è avvenuto il 17 marzo, prima raggiungendo il pronto soccorso di San Donà dove il 47enne è stato sottoposto ad una serie di esami che hanno indicato la positività al Covid-19. 

«A quel punto sono stato ricoverato a Jesolo – sottolinea sempre Alberto – è stato come entrare all’inferno, ho visto delle persone morire e ho avuto paura di non rivedere più la mia famiglia. Allo stesso tempo però ho ricevuto un’assistenza eccezionale da tutto il personale: medici, infermieri e operatori socio sanitari sono stati formidabili. Tutti lavorano al massimo. Sono stato ricoverato per cinque giorni a Jesolo dove ho fatto una terapia con farmaci anti Hiv e anti-malarici: dopo tre tamponi negativi sono stato trasferito a San Donà nel reparto di medicina dove sono guarito definitivamente. Oggi sono un po’ debilitato, ho perso 9 chili, ma ho vinto la battaglia. Appena possibile ritornerò a Bergamo, prima devo fare degli accertamenti previsti per queste situazioni. Voglio tornare alla mia quotidianità anche se certe cicatrici sono destinate a durare per sempre. A Bergamo abbiamo perso un’intera generazione di nonni e anche tanti giovani». 

Ma prima ancora di lasciare Jesolo, Alberto ha voluto lanciare un messaggio pubblico. «Di Covid-19 si può guarire – conclude – io sono l’esempio».

Ultimo aggiornamento: 14:13