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Statali, smart working per un milione di dipendenti nel 2021: così cambia il lavoro

Mercoledì 24 Giugno 2020 di Francesco Bisozzi
Statali, smart working per un milione di dipendenti nel 2021: così cambia il lavoro

Mascherina, visiera e termoscanner. Così la Pa si prepara a ripartire. Sta prendendo forma in queste ore la direttiva con cui il ministero della Pubblica amministrazione disciplinerà la riapertura degli uffici pubblici dal 31 luglio in poi per garantire il ritorno in sicurezza degli statali sul luogo di lavoro, ma uno su tre non dovrà più timbrare il cartellino. 

All’ingresso degli uffici pubblici verrà rilevata la temperatura corporea delle persone in entrata. Gli orari di apertura verranno estesi per evitare assembramenti. Obbligo d’indossare dispositivi di protezione individuale per il personale interno. Se negli spazi comuni non sarà possibile rispettare la distanza interpersonale allora anche gli utenti dovranno mettere la mascherina. 

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Oggi lo smart working è diventato la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa in seno alla Pa, al punto da aver toccato punte dell’90 per cento nel momento di massima emergenza, ma l’obbiettivo della ministra Fabiana Dadone è ora quello di abbassare gradualmente l’asticella delle attività poste in smart working, per permettere alla macchina pubblica di tornare a lavorare a pieno regime entro la fine dell’anno. Adesso lavorano da remoto sette statali su dieci, mentre nel 2021 solo il trenta per cento sarà in smart working stando ai piani del ministero della Pa. 

Nella Capitale, per intenderci, si contano 400 mila dipendenti pubblici, di cui 100 mila hanno già fatto rientro nei ministeri, negli enti pubblici, nelle agenzie fiscali e all’Inps. 

In autunno altri duecentomila andranno accompagnati progressivamente sul luogo di lavoro, garantendo il rispetto delle regole di sicurezza imposte dal Covid-19. Nella bozza del provvedimento contenente le linee guida anti-contagio alle quali dovranno attenersi le amministrazioni pubbliche si legge per esempio che sarà obbligatorio «l’uso di mascherine chirurgiche da parte dei lavoratori che svolgono attività in presenza o che lavorano in maniera ordinaria in postazioni di lavoro in spazi condivisi» e che se necessario dovranno essere utilizzate anche delle barriere separatorie nei locali più affollati, mentre per i «lavoratori che svolgono attività a contatto con il pubblico, in aggiunta alle mascherine, potrà essere previsto l’impiego di visiere». 
 


Dovranno indossare dispositivi di protezione individuale negli spazi comuni pure gli utenti «qualora non sia possibile mantenere il distanziamento interpersonale». E ancora. All’ingresso degli uffici verrà rilevata la temperatura corporea delle persone in entrata e «nel caso in cui sia superiore ai 37.5 gradi non sarà consentito l’accesso del lavoratore o dell’utente». 

Nella bozza si parla anche dell’orario dei servizi erogati al pubblico e di quello di lavoro che dovranno «essere organizzati in maniera più flessibile» e di altre «misure per favorire la fruizione alternata degli spazi comuni». Per quanto riguarda la pulizia e l’igiene degli ambienti lavorativi e di quelli dedicati all’accoglienza sarà necessario invece prevedere «frequenti interventi sia sugli spazi di fruizione condivisa che sulle dotazioni strumentali ed effettuare operazioni routinarie di sanificazione sugli impianti di condizionamento dell’aria, in funzione dell’orario di attività». In Italia nel frattempo circa il 25 per cento dei dipendenti pubblici che lavoravano in modalità agile durante il lockdown è tornato in ufficio. 

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I cosiddetti lavori smartabili in seno alla Pubblica amministrazione sono quelli delle funzioni centrali, che inglobano 230 mila lavoratori pubblici, e degli enti locali, altri 600 mila dipendenti, per un totale di circa 800 mila statali sui tre milioni totali. Il comparto scuola, dove ci sono più di un milione di dipendenti pubblici, una volta accantonata la didattica a distanza è difficilmente “smartabile”. Lo stesso vale per la Sanità e per le Forze dell’Ordine. Ecco perché non sarà una passeggiata far sì che lo smart working diventi una regola per uno statale su tre il prossimo anno.

Altro scoglio: spetta alle singole amministrazioni pubbliche individuare, in piena autonomia, quale sono le mansioni al loro interno che possono essere smartate e quanti sono i lavoratori coinvolti da tali attività lavorative. In questo modo però si rischia un autentico Far West. Insomma, c’è il nodo dei controlli da sciogliere. Lo smart working nella Pa andrà contrattato con i sindacati e quando ripartirà il negoziato con l’Aran per il rinnovo del contratto per il pubblico impiego occuperà un ruolo centrale nella trattativa. 

Ultimo aggiornamento: 07:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA