CORONAVIRUS

Coronavirus, app Immuni: come funziona, quali informazioni può captare e chi può vedere i dati. Le risposte

Martedì 21 Aprile 2020
Coronavirus, app Immuni: come funziona, quali informazioni può captare e chi può vedere i dati. Le risposte

Coronavirus, l’app Immuni, che dovrebbe garantirci una maggiore libertà di movimento in epoca di Covid19, è al debutto: pronto il prototipo, via ora ai test per la necessaria verifica su eventuali “bachi”, con i dati che saranno custoditi in caserma. Molte le domande: Quali informazioni private può captare? Chi può disporre dei dati raccolti? Se resto indifferente all’alert, cosa rischio? Già oggi i big del web sanno tutto di noi: c’è differenza? Sarà obbligatorio scaricarla? Tra salute e privacy quale diritto prevale? Ecco le risposte.

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Domande e risposte

 

Quali informazioni private può captare?

La app selezionata prevede il tracciamento dei contatti via bluetooth, e questo consente di rilevare la vicinanza di due smartphone entro qualche metro. Da quanto stabilito finora dagli esperti, i dati non saranno sensibili e saranno parzialmente anonimi. E questo perché il telefono di ognuno di noi esprime un codice seriale, un Id identificativo, che andrà a finire nel server ma senza indicare a chi appartenga. È solo il codice che diventerà noto, e non trattandosi di geolocalizzazione non si saprà dove il numero è stato “registrato”. Quello che vedrà chi gestisce il sistema è che quell’Id è entrato in contatto con una persona contagiata e a quel punto partirà l’alert.

 

Chi può disporre dei dati raccolti?

È il tema che più di ogni altro sta impegnando il Comitato scientifico e la task force del governo, perché è necessario che i dati vengano tenuti in custodia da una struttura pubblica. Per il momento gli esperti stanno verificando la disponibilità dei ministeri della Difesa e dell’Interno per collocare il server. Ma non spetterà a loro “muovere” l’enorme quantità di dati che potrebbero arrivare. E’ più facile che il compito venga assegnato a una struttura ad hoc, forse della Protezione civile stessa, visto che in passato ha già gestito tutto quello che riguardava l’emergenza legata al terremoto, compresi i messaggi di alert inviati alle persone che si trovavano nelle zone a rischio.

 

Se resto indifferente all’alert, cosa rischio?

Scaricare l’app Immuni continuerà a essere su base volontaria, ma bisognerà anche fare i conti con le eventuali limitazioni che il governo potrà disporre per tentare di evitare i rischi della nascita di nuovi focolai. E allora è certo che si potranno continuare ad avere restrizioni per chi ha più di 70 anni di età, o anche per i minori di 18 anni, perché entrambi a rischio contagio e diffusione del virus. Chiunque, però, abbia scaricato l’applicazione, riceva la comunicazione di essere entrato in contatto con un positivo al virus e non rispetti l’isolamento a casa, rischierà di essere denunciato penalmente per epidemia colposa. Proprio come tutte quelle persone che violano la quarantena.

 

Già oggi i big del web sanno tutto di noi: c’è differenza?

Sono anni che gli algoritmi controllano la nostra vita, sanno cosa mangiamo, cosa leggiamo e in che luoghi siamo stati. Tutto avviene perché diamo l’ok alla geolocalizzazione, al tracciamento dei nostri spostamenti. Qualcosa che non è prevista dall’app “Immuni”, quella che il governo chiederà a breve agli italiani di scaricare sul proprio cellulare, perché il sistema usato sarà quello bluetooth. Si dirà che i dati sulla salute sono dati maggiormente sensibili, ma anche su quello quanti non hanno scaricato l’app che indica lo stato del cuore, i passi consumati in una giornata, gli effetti sulla pressione? Google sa anche chi vive nella tua casa, dove vai e quante volte ci vai in una settimana. Sa persino chi senti al telefono con maggiore frequenza. La app sul tracciamento, secondo le indicazioni date dal governo, sarà anonima, i dati verranno conservati da una struttura dello Stato e fino alla fine dell’emergenza.

 

Sarà obbligatorio scaricarla?

Da giorni gli esperti ripetono che la app non sarà obbligatoria. E’ anche vero, però, che se almeno il 60-70 per cento degli italiani non la scaricherà, il test potrebbe rivelarsi inutile. E allora, il governo sta pensando a come intervenire per non limitarne gli effetti, ma soprattutto per renderla efficace su buona parte della popolazione. Proprio ieri il presidente della regione Luca Zaia ha spiegato che, se non dovesse arrivare l’app nazionale, ne diffonderanno una per i soli residenti in Veneto e, contrariamente alle indicazioni romane sarebbe “quasi obbligatoria”. In attesa che il Parlamento valuti l’impatto di “Immuni” sulla privacy, i tecnici stanno, comunque, ipotizzando altre limitazioni per chi deciderà di non averla: probabili restrizioni negli orari di uscita, anche in base all’età e alle categorie di rischio. Sebbene su questo punto il tema si fa delicato perché investe diritti costituzionali.

 

Tra salute e privacy quale diritto prevale?

In Italia esistono già delle norme, introdotte con il decreto legge 14 del 2014, con le quali vengono previste modalità più snelle di gestione dei dati personali da parte dei soggetti coinvolti istituzionalmente in situazioni di crisi. Il Comitato europeo sulla protezione dei dati personali (Edpb) ha recentemente illustrato quelle che sono le linee guida da seguire, per far sì che entrambi gli interessi possano coesistere in “armonia”. Esiste già la possibilità di utilizzare l’app preservando la riservatezza dei cittadini. E anche il garante per la privacy ha concesso alla Protezione civile di poter scambiare dati sensibili con altri soggetti (forze dell’ordine, comuni, enti, ma anche privati) per tentare di arginare i contagi.

 
 

 
 
 

Ultimo aggiornamento: 15:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA