CantaNapoli a Gerusalemme
Nataly Oryon scugnizza adottiva

Mercoledì 13 Gennaio 2021 di Federico Vacalebre
Nataly Oryon

La prima volta che su queste pagine avete letto di Nataly Oryon era il 2012, i suoi primi passi sul fronte della canzone napoletana, rilanciata in Israele da due album di Noa, ma anche il rapporto con la famiglia di Sergio Bruni, avevano accesso un riflettore su di lei che ora ha finalmente pubblicato, solo in digitale, il suo album d'esordio, annunciato già nel 2017: «Pensieri su Napoli da Gerusalemme», e già il titolo dice tutto.
Illuminata anche nella scelta dei materiali da affrontare dalla sua devozione per il maestro di Villaricca, di cui riprende ottimamente «Palcoscenico», su testo di Enzo Bonagura, Nataly si misura con un pugno di classicissimi («Maria Mari'», «Marechiare», «Palummella», «'O marenariello», «Guapparia»), ma anche con «Guaglione» e firma la musica di «Te l'ea tenere», su versi di Benedetto di Bitonto. napoletano in Israele.
Nell'album, inciso durante la quarantena israeliana di aprile scorso, la Oryon conferma di avere una voce più che melodiosa, che controlla con elasticità e consapevolezza, ma anche di aver studiato - su spartiti e dischi - il repertorio da affrontare. «È nu ricamo sta mandulinata», ci ricorda il testo di «Scetate», ed è un tale ricamo il suo canto/incanto che non dispiace nemmeno, anzi, la contaminazione con la melodia di una canzone greca, «To minore tis avgis», che inizia anch'essa con «Ksipna», parola che vuol dire «wake up», «scetate», insomma. Bello davvero il ponte gettato tra Ferdinando Russo, Mario Pasquale Costa e Markos Vamvakaris, star del rebetiko, stile che alla sua nascita fu peraltro influenzato non poco dalla nostra canzone più verace.
I due brani conclusivi sono indice dell'atteggiamento con cui la Oryon si avvicina a materiali che per lei, molto più che per tanti napoletani di nascita, sono sacri: «So' le sorbe e le nespole amare» è prima testimoniata in una registrazione di prova, fatta con il telefonino nel 2012, poi ripresa e svolta come si deve, a mostrare la strada fatta, lo stupore della prima volta e la soddisfazione dell'impresa riuscita; «Te l'ea tenere» parte con l'autore che ne declama i versi, in modo che la cantante possa impararne senso e sonorità e poi si presenta come una vera «canzone nova».
La padronanza del dialetto è più che accettabile, arricchita a tratti («Palcoscenico») da fioriture e fonemi mittelmediterranei che aggiungono profumi a un bouquet già vario e ricco. E gli arrangiamenti, sempre della cantante che ha seguito anche l'intero processo produttivo, sino al missaggio e l'editing, mettono in campo una sorta di concertino in version Gerusalemme: Yarden Kedar al clarinetto, Yoad Shoshani alla chitarra, Raziel Tsur preziosissimo al mandolino e alla mandola, Alon Hillel al violino ed al contrabbasso, Michal Drori Katzir al flauto, Adi Gigi al contrabbasso, Adan Yodfat all'accordion.
In dieci anni la Oryon si è impadronita di un canzoniere che in patria ormai pochi frequentano e immagina anche di allargarne i confini, trovando ponti che lo collegano ad altre culture a lei vicine, o lavorando su composizioni, non solo sue, moderne. Bello sarebbe adesso vederla dal vivo - ha cantato una volta a Sorrento - e vederla scoprire il repertorio della canzone napoletana moderna: «Lazzari felici» di Pino Daniele, «Vasame» di Enzo Gragnaniello solo per dire due titoli, ma anche le perle di emergenti come Alessio Arena e Gnut, anche qui per fare solo due nomi del contingente newpolitano, potrebbero permetterle di far quadrate il cerchio tra Napoli e Israele, il passato e il presente (o persino il futuro), la classicità e la modernità.
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Ultimo aggiornamento: 23:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA