Con Raiz e i Radicanto «Era de maggio» è sefardita

Raiz con i Radicanto
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di Federico Vacalebre

Può la voce italiana meticcia per eccellenza affrontare un disco dedicato a canti sacri? Può, se si tratta di musica e testi paraliturgici della tradizione sefardita, quella tracciata dagli ebrei che, approdati nella penisola iberica dopo la distruzione di Gerusalemme da parte romana nel 70 dc, furono espulsi dopo 1400 anni di permanenza, da Isabella la Cattolica disperdendosi in Nord Africa, Italia, Grecia e Turchia, ma mantenendo un legame fortissimo, sia linguistico che culturale, con la «seconda madrepatria».

E «Neshama», l'album che, dopo «Casa», vede di nuovo Raiz con i Radicanto su etichetta Arealive con il contributo di Puglia Sounds, è insieme un lavoro identitario e cosmopolita e multikulturale, visto che tiene insieme lingue (l'ebraico, l'arabo, lo spagnolo) e melodie che uniscono il Mediterraneo dall'Andalusia alla Grecia passando per il Sud Italia fino al Levante, dimenticando divisioni e conflitti che proprio in Israele trovano il loro cuore dolente. Il singolo di lancio «Jerusalem», impreziosito dalla presenza del violino di Mauro Pagani, è una cover di Alpha Blondy, reggaeman ivoriano, ma ora guarda a un Mediterraneo senza frontiere facendo mostra di sé in un disco che è sintesi acustica di un pensiero antirazzista che si fa suono. O forse viceversa.

Intanto noi, orgogliosamente profani e laici («and no religion too» ci avrebbe raccomandato John Lennon, che ieri avrebbe compiuto 78 anni) scopriamo le storie di Moshe ben Maimon (Maimonide), per gli arabi Musa ibn Mimun, di Shelomo ibn Gabirol, di Ibn Ezra, autori di «piyutim», poemi paraliturgici rimusicati nei secoli dai fedeli, riadattati anche nei versi, ormai riecheggianti solo nelle sinagoghe. E capiamo come possa sefardizzarsi un capolavoro verace come «Era de maggio», già adattato in ebraico da Noa, ma qui sdraiato sotto le preghiere di «El adon», liturgia del sabato mattina, delle feste. Accanto ci sono canti funebri che si adagiano su successi canori di Zohar Ardog, detto «il re» («Ydal/Marlen»); ragazze che si fanno belle per il moroso («Mi pudra», in ladino, come «Una matika de ruda»); richieste di perdono per il giorno di Yom Kuppur; «Astrigneme» che era nella colonna sonora di «Luna rossa» di Antonio Capuano e ora diventa «Hir hashirim 7/7», testo dal «Cantico dei cantici», Rita Marcotulli al pianoforte; inni nuziali («Yshmah hatani») e per l'osservanza dello shabbat («Ki eshmera shabbat», proposto sulla melodia di una famosa canzone araba).

Il canto appassionato di Raiz, ugola dei due mondi, trova complicità rispettosa nel gruppo guidato da Giuseppe De Trizio, che suona chitarra e mandolino, ma soprattutto firma tutti gli arrangiamenti. Con lui Adolfo La Volpe (oud, cumbus, saz), Giorgia Santoro (flauto contralto e traverso, ottavino, bansuri, xiao), Giovanni Chiapparino (fisarmonica) e Francesco De Palma (tar, cajon, zarb, darbuka, doumbek, daf, riq, udu).
Giovedì 11 Ottobre 2018, 17:30 - Ultimo aggiornamento: 11-10-2018 17:37
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