Baglioni: «Il mio ritorno vintage
sognando un'opera pop»

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Federico Vacalebre

«Ho vissuto per lasciare un segno», canta Claudio Baglioni, dopo una magniloquente introduzione d'archi e voci, in «Altrove e qui», sorta di canzone-manifesto di «In questa storia che è la mia», il suo nuovo album in arrivo venerdì, a 7 anni dal suo precedessore: è il sedicesimo (live e antologie a parte) in 50 anni di carriera, 14 brani, 1 ouverture, 4 interludi piano e voce, 1 finale.
Hai vissuto per lasciare un segno, Claudio?
«Direi proprio di sì, e non sono l'unico. Nato in una periferia romana, meno difficile e più solidale di oggi e ho sempre lottato per non essere trasparente. Da quando papà mi comprò un pianoforte a rate e poi arrivò la prima chitarra non desidero altro che attirare gli sguardi degli altri».
Direi che ci sei riuscito.
«Ho inciso un solco, dici? La parola incidere, che fa tanto vintage per uno nato al tempo dei 33 e dei 45 giri, dei macrosolchi e dei microsolchi, mi ha molto suggestionato nel lavoro intorno a questo disco, tre anni, sia pur interrotti da due tour, l'accoppiata con Morandi, due Sanremo e il Covid-19».
Com'è andata con la pandemia?
«La mia vita non è cambiata di molto, non sono granché mondano, ma mi sono ritrovato paralizzato sul fronte creativo: nel lockdown, dopo aver rimandato i concerti previsti, ho creduto che non l'avrei mai finito questo disco, poi in qualche modo ce l'ho fatta».
Un disco pieno di musica suonata davvero, di parole, di canzoni gonfie di orchestrazioni. Che sembra voler andare «Oltre» Baglioni, come l'lp dell'1990.
«Sì, "Oltre è il papà" di questo album, e "Strada facendo" la mamma. Spero che il bambino venga accolto bene, è uno degli ultimi, forse l'ultimo. Non mi illudo, con l'età hai meno cose da dire di quando hai iniziato e provi però a dirle meglio, sapendo comunque che combatterai contro la tua storia, contro l'amore di chi ti segue per le tue vecchie canzoni».
Parli di un nuovo «concept» di concept album. Perchè?
«Perché è un disco-racconto, 80 minuti di musica, con le radici negli anni 70, uno dei periodi più felici per la musica popolare. Dentro c'è la mia storia e quella delle generazioni che mi hanno regalato una carriera. Storie d'amore insieme a quella di un Uomo di varie età, come mi definisco in un pezzo».
Disco complesso, anche rischioso in tempi di consumo rapido, con l'elettronica usata solo come colore tra gli arrangiamenti di Paolo Gianolio e Celso Valli, i contributi di Gavin Harrison e Danilo Rea. Sembrerebbe che tu voglia scrivere «una moderna opera popolare», per dirla con il Cocciante di «Notre Dame de Paris»?
«Sono 52 anni che vorrei scrivere qualcosa del genere, un melodramma pop. Anche E tu doveva essere un musical, ma è diventato un lp».
Intanto a dimensioni kolossal non stiamo messi male. A Caracalla, dal 4 al 18 giugno, Covid-permettendo, come farai?
«Dodici notti, sessantamila spettatori, si spera, e poi ancora il teatro greco di Siracusa e l'arena di Verona. Tra coro lirico, orchestra, la mia band, coristi, saremo almeno in cento a goderci il riconquistato appuntamento con la musica dal vivo».
Ne hai sofferto?
«E come no? Però non sono tra quelli che dicono che non si può fare musica in streaming: bisogna immaginarla come un evento diverso, dove non c'è il contatto con il pubblico, cosa per cui vivo, ma altro. E capire come farlo quell'altro».
Speri in «Un mondo nuovo» dopo la pandemia?
«No, ma sarebbe criminale perdere l'occasione di non uscirne cambiati in meglio. Si dice che il coronavirus sia come una guerra: bene, nel dopoguerra ci siamo rialzati, vedevamo un futuro migliore, dobbiamo riuscire a fare una cosa simile, non rinchiuderci in paura ed egoismi».
«Gli anni più belli» è piaciuta a Muccino.
«Gabriele mi ha chiesto due pezzi del mio repertorio per il suo film, mi ha raccontato la trame e io gli ho detto che il senso del suo film era un po' quello della mia canzone. Si è preso canzone e titolo».
Renato Zero ha lanciato un grido d'allarme: la musica è finita, canta, ha la data di scadenza come lo yogurt.
«Ci sono stili e modi nuovi interessanti, i rapper - più dei trapper - hanno riportato al centro della canzone il potere della parola: passata la stagione dei cantautori il vocabolario del pop si era ridotto a 100-150 termini. Ma... i giovani cantanti sembrano lontani dai temi che entusiasmano i loro coetanei: l'ambiente, il #Metoo, la solidarietà. E i talent show sono una scuola, tu non dovresti andare in tv per imparare, mentre stai imparando».
Due volte ospite al Festival, due volte conduttore-direttore artistico: non c'è 4 senza 5?
«Si potrebbe fare, ma... come mi ha fatto notare qualcuno non si può uscire papi e rientrare cardinali».
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Ultimo aggiornamento: 09:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA