Willie Peyote e la meta-canzone
che sfotte chi canta a Sanremo

Venerdì 26 Febbraio 2021 di Federico Vacalebre
Willie Peyote 2021

Tra i brani più belli e amari del Sanremo 2021 c'è di sicuro «Mai dire mai (la locura)», non tanto per l'incipit-dedica alla saga di «Boris» («Questa è l'Italia del futuro, un Paese di musichette mentre fuori c'è la morte»), ma per il potenziale deflagrante di una meta-canzone. Come Elio e le Storie Tese («La canzone mononota» e, ancor prima, «La terra dei cachi), come la coppia Enzo Jannacci-Paolo Rossi («I soliti accordi»), Willie Peyote, alias Guglielmo Bruno, torinese, 35 anni, nome d'arte scelto per rendere omaggio ai cartoon della Loney Tunes come all'allucinogeno messicano), rappautore, rovescia l'assunto che l'Ariston sia lo specchio d'Italia, immaginando l'Italia come lo specchio del Festival: ecco, allora, che, in piena pandemia ci si ritrova tutti da martedì di nuovo in riviera, lui compreso.
 

È la tua prima volta, chi te lo ha fatto fare?
«È l'unico palco aperto, l'unico palco possibile, il più grande».
A allora vai a sputare nel piatto in cui mangi? Ne hai per tutti, i rapper che usano l'autotune anche per parlare, i «nuovi punk vecchi adolescenti», «sta roba che 5 anni fa era già vecchia ora sembra avanguardia e la chiamano it pop, le major ti fanno un contratto se azzecchi il balletto e fai boom su Tik Tok». Ma dovevi venirlo a cantare proprio nel Sanremo più indie, più rap, più giovanil-giovanilista, più tiktokabile di sempre?
«Non sputo nel piatto in cui mangio, non ce l'ho con gli artisti, ma con il pubblico, il sistema-Festival, i discografici che scoprono l'acqua calda, il conformismo degli addetti ai lavori: ecco, mi viene in menta il Gaber di Il conformista».
Un ritratto feroce con versi come «non ho mai capito in che moto twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato».
«Ancora una volta niente contro di Elettra Lamborghini, chi twerka, chi conosce l'arte di scuotere il culo, ma... l'anno scorso lei all'Ariston era fuori luogo tra tanti discorsi sul femminicidio, il #Metoo...».
Una canzone urgente, la tua.
«Sì, quando Amadeus mi ha invitato era pronta ed era unica e sola. Me l'hanno accettata, un po' mi ha stupito. Ma forse sono in sintonia con una filosofia, anche gli spot quest'anno sono autoironici».
Paura che disinneschino la tua bomba? Sei anche l'unico, tra 26 big o presunti tali, a dedicare sia pur poche parole alla pandemia, vista dal tuo fronte professionale: «Riapriamo gli stadi ma non i teatri né i live».
«Mi sorprende e inquieta che dei ragazzi come me non abbiano nulla da dire su questo periodo che stiamo vivendo. Visto che Sanremo si fa nonostante tutto e, visto che nonostante tutto noi ci veniamo non possiamo fingere che fuori non succeda niente. Sarebbe irrispettoso verso le oltre 94.000 vittime, verso chi continuerà ad ammalarsi ed a soffrire mentre noi canteremo».
Giovedì nella serata dei duetti intonerai «Giudizi universali».
«Con il suo autore, Samuele Bersani. Dopo il mio cazzeggio diventerò serio per rispettare la sua perla, lui è capace di conciliare leggerezza con profondità».
Anche lo Stato Sociale di «Combat pop» arriva con una meta-canzone.
«Loro sono amici veri, ci facciamo le stesse domande, ma loro trovano risposte diverse».
Non hai un disco in uscita dopo il Festival.
«No, ma c'è un libro che ho scritto con Pippo Civati, un dialogo sul percorso compiuto sin qui».
Sin qui dove?
«Lo dico con i miei versi: Pompano il trash in nome del lol e poi vi stupite degli exit poll? / Vince la merda se a forza di ridere riesce a sembrare credibile». 

Ultimo aggiornamento: 15:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA