Napoli, Tra pendolari e negozianti
ecco i dannati di via Marina

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di Pietro Treccagnoli

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Quando, appena scavallata la rampa dell'autostrada che immette a via Reggia di Portici, si finisce nell'ingorgo, nella paralisi urbana, diventa chiara l'origine di una delle più tipiche bestemmie napoletane. La maledizione sorge spontanea: «Mannaggia la Marina». Non il corpo militare, ma la via, che qui prudentemente si mimetizza sotto mentite spoglie: via Reggia di Portici, certo, poi via Alessandro Volta e poi ancora via Amerigo Vespucci. Due chilometri e qualche centinaio di metri, la lunghezza del defaticante cantiere che dopo quarant'anni ha prima risollevato il cuore sconfortato della città e dopo l'ha rischiacciato sull'asfalto dei tempi lunghi, del cronoprogramma ballerino, dei rinvii e delle deviazioni, peggio di una canzone del Blasco.
 

Un'autentica vita spericolata per chi sognava di dire addio alle storiche buche e fare pace con il biglietto da visita di Napoli, l'ingresso a oriente. Invece, l'attesa sta diventando il nuovo perenne tormentone. Di mattina (facciamo dalle 7 alle 10) l'inferno è in entrata, una porta stretta a una corsia, un purgatorio. Di sera (facciamo dalle 17,30 alle 21 abbondanti) la dannazione è in uscita, ma beato chi riesce a riveder le stelle. È la maledizione del pendolare. Cronometro alla mano dallo sbocco autostradale al Carmine, dove il cantiere svanisce, in un orario spuntato (le 9,30), quindi gestibile, per fare poco più di due chilometri ci sono voluti 25 minuti e una manciata di secondi. Si marciava a quattro-cinque all'ora. Freno frizione, frizione freno. Infilare la seconda era un pio desiderio. Finestrini aperti e i gas di scarico a galleggiare nell'aria frizzantina di dicembre.

«E vi è andata da signori» se la ride Mario Grillo, benzinaio a via Reggia di Portici. «Il caos comincia alle sette e si blocca tutta Napoli». Esagerato. «Ma quale esagerato? Fino in centro è così. Posso farvi l'elenco di quanti clienti protestano, si lamentano o si informano. Come butta stamattina? chiedono. E come deve buttare? Da questo lato, a entrare, il bordello va avanti almeno fino alle due». Il blocco si appalesa subito dopo lo svincolo di San Giovanni a Teduccio, ma per chi arriva dalla strada principale del quartiere, l'imbuto è molto prima di Pazzigno. Per un periodo, quando si procedeva a doppia fila, il ritmo era pure sostenibile. «Ma adesso» continua imperterrito Grillo «è tornato il caos. E quante ambulanze ho visto inchiodate a terra, a far suonare la sirene e non poter passare. Qui se uno deve fare un pronto soccorso ci può pure rimanere». Alina Donadio, arriva in macchina da Torre del Greco: «Mi sono anticipata. Avevo un appuntamento a mezzogiorno, ma sono già in ritardo» spiega affannata. «Ho trovato traffico dal casello, stavolta. Più del previsto».

Le fa eco, poco più avanti Marco Izzo. Torna a casa sua, al Vomero, da Caserta: «Non riuscirò mai ad abituarmi. Quando si entra in città è come precipitare in un buco nero». La media, quando l'orario di punta non è all'apice, si può aggirare persino intorno ai 45 minuti. «Magari, ci metterei la firma» scherza amaro Rosario Russo che pendola da Caivano al centro. «La mia fortuna nella sfortuna è che per lavoro non faccio orari di ufficio, così posso scappottare la ressa. Con il tempo ho pure imparato le vie secondarie, così svicolo e me la cavo». Già a conoscerle ste viarelle, ma soprattutto a poterle imboccare se non transennano l'imbocco la sera per la mattina. Per necessità di lavoro, certo, ma la pena è tutta in questa volatilità. Proprio l'incertezza (dei tempi e delle varianti non comunicati tempestivamente) è il dente dolente sul quale batte la lingua dei commercianti e dei residenti. La rabbia degli automobilisti fa il paio con la loro, per mesi e mesi ingabbiati nei retini rossi, con i marciapiedi sbudellati, senza più clienti, costretti a chiudere temporaneamente (qualcuno per sempre) e senza un indennizzo. «Solo qualcuno è riuscito a strappare uno sconticino sugli affitti, per un paio dei mesi con le saracinesche abbassate» si lamenta Gianni Puglisi, che solo da qualche giorno, perché gli hanno riaperto la corsia davanti al negozio, ha potuto riaddobbare la sua «Casa di Pinocchio», all'imbocco di via Vespucci, subito dopo l'incrocio di corso Arnaldo Lucci. Vende articoli natalizi. «Se tardavano ancora qualche giorno per me era finita. Quel poco di guadagno che potrò racimolare per le feste se ne volava via».

È come scoperchiare un vaso di Pandora. Anche il barista dall'altro lato della strada ha cominciato solo da venerdì scorso ad azionare più frequentemente la macchinetta del caffè. Per mesi è stato chiuso. Ora che non è più obbligatorio, per chi viene dal centro, imboccare la deviazione del Ponte della Maddalena, le auto passano di nuovo davanti al bar e qualche cliente è tornato a fermarsi nello slargo che fa da parcheggio. «Ma ce la siamo vista brutta assai» si sfoga. «Qualcuno ha perso pure il posto di lavoro perché si è stati costretti a licenziare i dipendenti, famiglie mandate in mezzo a una strada». Lungo tutto il percorso e agli incroci più critici non si vede l'ombra di una divisa. Vigili zero. Eppure farebbero comodo per sbrogliare qualche ingorgo. Ma pare che si siano arresi. Di mattina, la strettoia peggiore è, in questa fase dei lavori, all'incrocio di corso Lucci, davanti al deposito Anm «Stella Polare». «Se si alleggerisse là, sarebbe già qualcosa» suggerisce Luigi Cassini che ha un edicola via Reggia di Portici. «Ma qua nessuno ci sta a sentire. Lavori lenti, pochi operai. Li ho visti imprimere un'accelerata solo a fine agosto, quando con il rientro dalle vacanze e la riapertura delle scuole si temeva la catastrofe». Poi tutto si è ammosciato ed è tornata la voglia di vivere a un'altra velocità. Come quella dei bus, di quei pochi e poveri bus imprigionati nelle file di lamiera. Alle fermate va in scena l'attesa dei rassegnati. Avvistano il mezzo svettante da lontano, come esperti apache metropolitani, ma altro che ombre arancioni è una marcia di lumache. E Arcangelo Porcini, pensionato inflessibile, non ci sta: «Secondo voi stare qui inchiodati tre quarti d'ora è roba da paese civile. Se avessi le gambe buone me la farei a piedi, sempre ammesso che i marciapiedi fossero praticabili». Non c'è scampo, mannaggia la Marina.
Mercoledì 7 Dicembre 2016, 08:17 - Ultimo aggiornamento: 07-12-2016 09:34
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