Caso camici: «Mi manda Fontana», ecco le pressioni del cognato

Sabato 26 Settembre 2020 di Claudia Guasco
Caso camici: «Mi manda Fontana», ecco le pressioni del cognato

«Buongiorno, non capisco. È stato Cattaneo e mio cognato il governatore Fontana a dirmi di contattarla. Dirò che si sono sbagliati». È il 6 aprile 2020, la Dama spa in piena crisi finanziaria cerca di riconvertirsi nella produzione di camici da vendere alla Regione Lombardia travolta dal Covid, ma non riesce a trovare il tessuto. Così, per salvare la società del cognato e della moglie del presidente lombardo, interviene direttamente Raffaele Cattaneo, l’assessore alla guida della task force del Pirellone che deve reperire dispositivi di protezione. Mentre Dini, innervosito dagli intoppi, non si fa scrupolo di spendere il nome del governatore.

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L’inchiesta della Procura di Milano sulla fornitura di camici per mezzo milione di euro alla Dama rivela che, oltre a Fontana, si sono mobilitati due assessori per spianare la strada a Dini. «Il ruolo di Cattaneo fu decisivo per consentire alla Dama di riconvertirsi e poter formulare un’offerta», scrivono i pm nel decreto con cui hanno disposto l’acquisizione di undici cellulari, tra cui quello di Roberta Dini, moglie di Fontana. «Prova a chiamare l’assessore (Cattaneo di Varese, amico di Orrigoni) sembra che siano molto interessati ai camici. Questo mi dice l’assessore al Bilancio Caparini», scrive il 27 marzo Roberta al fratello. In sei messaggi precisa anche che Cattaneo «sembra sia molto attivo nell’approvvigionamento. Ho avvisato la moglie di Cattaneo, che conosco un po’, che vuoi dare una mano. Le ho dato il tuo numero».
 


Il problema è il tessuto per realizzare i camici, certificato dal ministero della Salute, che Dini non ha. Così la task force di Cattaneo lo mette in contatto con la Indutex: ha una partita di 150 mila metri quadri, che però vende in blocco a un altro produttore. Mette a verbale il rappresentate legale della Indutex: «Dini mi contattò per esprimere tutto il suo disappunto e mi palesò la circostanza che fosse il cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Mi specificò altresì che era stato proprio il cognato Fontana, nonché l’assessore Cattaneo, a dirgli di contattarmi per l’acquisto». Insomma, lei non sa chi sono io. Così, dopo un messaggio ricevuto da Dini, entra in azione l’assessore e nel giro di un paio d’ore la situazione del cognato si sblocca: «Faccio seguito al colloquio con l’assessore Cattaneo, che mi specificava la necessità di far partire più filiere produttive. Si sono liberati 50 mila metri quadrati di tessuto Puntiform». L’11 maggio l’ex dg di Aria (la centrale regionale per gli acquisti) Filippo Bongiovanni viene «convocato dall’assessore Caparini per una riunione sullo stato dell’arte delle forniture» nell’ufficio di Giulia Martinelli, ex moglie di Matteo Salvini e capo della segreteria della presidenza della Regione. Bongiovanni «rende edotta» Martinelli «del legame tra la società Aria» e la famiglia Dini. I fratelli, sostengono i magistrati, operano con «piena consapevolezza» del «conflitto di interessi», tanto che avrebbero predisposto «strumentali donazioni di mascherine».

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Alla fine, per evitare guai, la fornitura diventa donazione e Fontana versa al cognato 250 mila euro a titolo di risarcimento. Il bonifico però viene bloccato dall’antiriciclaggio e giovedì gli uomini della gdf si sono presentati nello studio di commercialisti Frattini di Varese e del fiscalista Vallefuoco a Roma per acquisire tutta la documentazione sulle dichiarazioni dei redditi del governatore e dei suoi familiari degli ultimi anni, nonché sulla voluntary disclosure. Per i pm, infatti, quel bonifico proveniva da un conto svizzero su cui Fontana detiene 5,3 milioni scudati nel 2005 e provenienti da conti associati a due trust alle Bahamas. La procura lavora a una rogatoria e si profila l’ipotesi di falso e riciclaggio. Mentre altre posizioni sono al vaglio anche nel fascicolo camici. 
 

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