Vertici Pa, ora lo stipendio si rivaluta anche oltre il tetto dei 240mila euro. Cosa dice la norma inserita in Manovra

Martedì 28 Dicembre 2021 di Michele Di Branco
Stipendi Pa, la rivalutazione può superare il tetto dei 240mila euro

Stop al tetto di 240mila euro per gli stipendi dei manager dello Stato. Con una norma inserita in extremis nella manovra al Senato, il governo ha fatto saltare la disposizione che indicava un limite alle retribuzioni dei massimi dirigenti della pubblica amministrazione, dai manager ai burocrati dei ministeri. Il comma 68 stabilisce che a fissare la percentuale dell’aumento sarà l’Istat, già a partire dal prossimo anno, sulla base di un calcolo che prende a riferimento l’adeguamento annuale degli stipendi dei docenti universitari, dei vertici delle forze armate e delle prefetture e del corpo diplomatico. In pratica, chi fra i dirigenti ha da anni la retribuzione ferma potrà vedersi aumentare lo stipendio nella stessa percentuale del resto del personale del proprio comparto. 


Il calcolo - Per effetto di questa operazione, secondo i primi calcoli, gli stipendi massimi potrebbero arrivare a toccare quota 250 mila euro, con un aumento di 10 mila euro annui. La novità riguarda tutte le amministrazioni dello Stato e le amministrazioni non statali, gli enti pubblici economici, le autorità amministrative indipendenti, la Banca d’Italia, la Rai e gli organismi delle stesse amministrazioni e società partecipate «maggioritariamente in via diretta o indiretta», escluse quelle quotate e quelle emittenti strumenti finanziari quotati sui mercati regolamentati. Restano fuori gli organi costituzionali. Occorre ricordare che la questione del tetto ai supermanager di Stato comparve per la prima volta sulla scena, anche se in forma più lieve, nel 2011 con Mario Monti a Palazzo Chigi, quindi in piena austerity: in quel caso venne preso a riferimento lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione (311 mila euro) per stabilire il limite da non oltrepassare. 


Il vincolo - Nel 2014 il premier Matteo Renzi decise di estenderlo ai manager delle società pubbliche (non quotate) e di non applicare più il tetto solo ai dirigenti della pubblica amministrazione, ma anziché posizionare l’asticella del limite al livello dello stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione optò per quello del presidente della Repubblica, che è appunto di 240 mila euro. 

La conferma - La messa a dieta nei confronti dei manager fu confermata nel 2017 anche dalla Consulta che aveva salvato il tetto, dichiarando infondate le questioni di legittimità costituzionale concernenti il limite retributivo sollevate dal Tar del Lazio, in seguito ai ricorsi di numerosi giudici della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato. «Il limite massimo ai compensi dei dipendenti pubblici», si legge nella sentenza di allora, «persegue finalità di contenimento e complessiva razionalizzazione della spesa, in una prospettiva di garanzia degli altri interessi generali coinvolti, in presenza di risorse limitate». Lo stop al tetto non giunge in questa fase come un fulmine a ciel sereno. In una intervista al Messaggero di fine maggio scorso, il presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, parlò di quel limite di 240 mila euro come di un pericoloso «tappo». In quella circostanza, il capo dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, spiegò che «i rinnovi dei contratti hanno fatto crescere le retribuzioni e così si è ristretta la forbice tra chi già era al limite dei 240 mila euro e chi invece partiva più in basso». Con il risultato che principio secondo cui chi ha maggiori responsabilità deve guadagnare di più, in molti casi non troverebbe più riscontro nella realtà. 


 

Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre, 08:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA