Vaticano, Rosario Livatino sarà beato: il giudice ragazzino ucciso dalla mafia

Martedì 22 Dicembre 2020
Vaticano, Rosario Livatino sarà beato: il giudice ragazzino ucciso dalla mafia

Città del Vaticano - Papa Francesco ha riconosciuto il martirio di Rosario Livatino, ucciso in odium fidei dalla mafia sulla strada che conduce da Canicattì ad Agrigento nel 1990. Il giudice 'ragazzino' morto ad appena 38 anni per il suo impegno cristiano che applicava anche nel suo lavoro di magistrato. Proveniva dalle file della Azione Cattolica e anche in magistratura aveva continuato a vivere l’esperienza della comunità parrocchiale.

Quando Livatino andava al lavoro presso la Procura di Agrigento, sostava sempre nella vicina chiesa di San Giuseppe per la visita al Santissimo Sacramento.

Ad Agrigento il magistrato svolgeva le funzioni di Giudice della sezione penale. In quegli anni in tutto il territorio agrigentino era in corso una vera e propria “guerra” di mafia, che vedeva contrapposti i clan emergenti (denominati Stiddari) contro Cosa Nostra, il cui padrino locale era Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso condominio di Livatino. 

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La storia

Il 21 settembre 1990, il Servo di Dio venne ucciso in un agguato, sulla strada statale 640 mentre viaggiava da solo, in automobile, per recarsi in Tribunale, dove lavorava. La dinamica dell’omicidio si caratterizzò per particolare ferocia, come fu riconosciuto dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. In fin di vita, prima del colpo di grazia esploso in pieno volto, egli si rivolse agli assassini con mitezza.

La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpirlo era la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, lo definiva con spregio santocchio per la sua frequentazione della Chiesa.

 

I mafiosi lo ritenevano inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali vaticani, emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento. 

Malgrado le intimidazioni, Livatino continuò a compiere il proprio dovere. Per non esporre alla morte altre persone «lasciando vedove e orfani», rifiutò la scorta; questa motivazione poté influire anche sulle mancate nozze. Durante alcuni momenti di scoraggiamento si affidava al Signore. Nelle sue agende personali appare sistematicamente la sigla S.T.D. a significare “Sub tutela Dei”.

 

 

Ultimo aggiornamento: 23 Dicembre, 10:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA