CORONAVIRUS

Covid, 4mila contagi senza link. Il tracciamento va in crisi: troppi casi da controllare

Venerdì 16 Ottobre 2020 di Mauro Evangelisti
​Covid, troppi casi da controllare. Il tracciamento va in crisi: già 4mila contagi senza link

Il tracciamento dei contatti dei positivi sta saltando. Con 47 mila nuovi infetti, nell’ultima settimana, i servizi epidemiologici delle varie Regioni non riescono più a ricostruire tutte le catene del contagio. Anche considerando solo 3 contatti stretti, dovrebbero trovare e isolare almeno 150 mila persone, impossibile. «Si osserva un forte aumento nel numero di nuovi casi fuori dalle catene di trasmissione noti. Questa settimana le Regioni hanno riportato 9.291 casi dove non si è trovato il link epidemiologico (la settimana precedente erano stati 4.041)».

Questo recita il report di ieri della Cabina di regia del Ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità: testimonia che sono più che raddoppiati i positivi per i quali non si è capito come sia avvenuto il contagio, dunque non ha funzionato il tracciamento a ritroso. E questa statistica è riferita a una settimana fa, nei giorni successivi la situazione è peggiorata perché con l’esplosione di nuovi casi, fino agli 8.804 di ieri, il contact tracing è sempre più un inseguimento senza speranza. 

 

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Non aiuta lo scarso utilizzo da parte degli italiani di Immuni (scaricata da una minoranza della popolazione, 8,1 milioni), l’applicazione che può aiutare a individuare coloro che sono venuti a contatto con un positivo. Ma non è solo colpa dei cittadini: in Veneto le segnalazioni dei positivi non sono proprio state inviate a Immuni; nel Lazio un cittadino, risultato positivo che aveva nel suo smartphone Immuni, non è riuscito a trovare all’Asl qualcuno che comunicasse la notizia al sistema di alert in modo da avvertire i contatti. Inutili i paragoni con la Corea del Sud, dove i “detective del virus” locali possono attingere dai dati dello smartphone e della carta di credito per individuare tutti gli spostamenti di un positivo. C’è una accelerazione decisa del numero di tamponi fatti, dunque della ricerca dei positivi, tanto che ieri si è sfiorata quota 160mila. 

Ma questo impegno massiccio di risorse, concentrate sui test, non rischia di sguarnire altri servizi senza comunque restituire risultati davvero utili? A volte per inseguire gli asintomatici si fa attendere chi, con 38 di febbre, aspetta un tampone. Il professor Giorgio Palù, consulente per la sanità regionale del Veneto, past president delle Società italiana ed europea di virologia e professore emerito dell’Università di Padova, va controcorrente e non crede nel potere salvifico della moltiplicazione dei tamponi (sul quale invece, ad esempio, insiste il professor Andrea Crisanti): «Quando si sostiene che bisogna fare 400 mila tamponi al giorno o testare 150 contatti di un positivo, ci dobbiamo chiedere: a cosa serve tutto questo? È razionale farlo all’inizio, come in Corea del Sud, o come stanno facendo ora i cinesi, che hanno pochi casi di importazione, o ancora in Nuova Zelanda. Quando hai pochi contagi, ha senso farlo, per bloccare subito l’epidemia. Ma se in Italia oggi il 95 per cento dei positivi è asintomatico, cosa vai a cercare? Ormai è impossibile trovare tutti. Non ha senso cercare mille aghi nel pagliaio. In altri termini: il tampone ha senso per il contenimento, ma in una fase in cui non stai contenendo, a cosa servono tutti questi test? Tenga conto che ormai siamo a una crescita esponenziale dei positivi. Pensiamo piuttosto a fare i tamponi a chi è sintomatico, cosa molto più importante. Il resto è irrazionale, poco scientifico e poco applicabile dal punto di vista operativo».

 

La tesi di Palù è che piuttosto bisogna ricorrere con più frequenza ai test antigenici rapidi. Perché? «Sono meno sensibili, ma in cinque minuti mi danno una risposta. Tra l’altro, il test antigenico ha più correlazione clinica, perché il tampone molecolare a volte rileva come positive persone asintomatiche con un virus non infettivo. Sarebbe importante sapere anche la carica virale, cosa che con il tampone molecolare non hai». Il tampone antigenico, che intercetta una carica virale più alta, di fatto, sostiene Palù, trova solamente chi è davvero contagioso. «Sia chiaro, il tampone molecolare dal punto di vista diagnostico è fondamentale, non vorrei essere equivocato. Ma in questa fase, come metodo di contenimento della pandemia, non è così utile, meglio il rapido».
 

Ultimo aggiornamento: 17:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA