CORONAVIRUS

Ippolito (Spallanzani): «La proroga? L'epidemia non è finita, giusto un forte controllo per agire subito»

Sabato 11 Luglio 2020 di Mauro Evangelisti
Ippolito (Spallanzani): «La proroga? E' giusto un forte controllo centrale per poter agire immediatamente»

«Non si può affrontare un'emergenza senza uno stretto controllo centrale. È per questo che do una valutazione positiva della decisione di prorogare lo stato di emergenza. Fino a quando non ci sarà un vaccino o una cura, il coronavirus sarà la normalità. Dobbiamo capirlo». Il professor Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'Istituto Spallanzani, è uno dei più prestigiosi esponenti del Comitato tecnico scientifico su Sars-CoV-2.
Professore, non si può escludere una seconda ondata. Gli strumenti messi a disposizione dallo stato di emergenza possono aiutarci?
«Fasciarsi la testa con la preoccupazione sulla seconda ondata non serve a nulla. Chiunque millanti certezze assolute su questa epidemia non ha le basi per farlo. Lo strumento dello stato di emergenza, però, permette di attuare rapidamente procedure amministrative e risparmiare tempo in caso di necessità. Ce n'è bisogno, perché l'epidemia non è finita. La mia opinione è che dobbiamo tutti abituarci ad una nuova normalità nella quale, fino a quando non ci sarà un vaccino o una cura definitiva, tutte le mattine accanto al bollettino meteo dovremo guardare anche il bollettino epidemiologico».
Le valutazioni settimanali della cabina di regia ci dicono che l'epidemia non ha più una decrescita, ma sostanzialmente ha una stagnazione. Dobbiamo preoccuparci?
«Dobbiamo essere attenti e scrupolosi. Né preoccuparci né rilassarci troppo. I dati del monitoraggio settimanale - ma anche e soprattutto le notizie che ci giungono da altre parti del mondo - ci dicono che il virus è sempre in circolazione, e nuovi focolai possono manifestarsi appena si presentano le condizioni».
Cinque regioni, compreso il Lazio, hanno Rt sopra 1. Questo dato non è rassicurante.
«Ripeto: bisogna sempre mantenere un alto tasso di allerta, tanto più che i numeri complessivi dei casi sono ancora significativi. Dobbiamo però essere consapevoli che gli sforzi ed i sacrifici che abbiamo fatto durante la quarantena potrebbero svanire alla svelta se allenteremo l'attenzione e le misure di sempre: distanziamento, igiene delle mani, uso delle mascherine».
Quanto è serio il problema dei casi di importazione che contribuiscono a sviluppare nuovi focolai nel Lazio come in altre regioni?
«È un problema che si è già presentato nei paesi come la Cina che hanno avuto l'epidemia prima di noi. La risposta è sempre quella delle tre T: testare i potenziali infetti, tracciare i contatti, trattare i malati. È ciò che si sta facendo in tutta Italia e, grazie agli strumenti messi in campo nei punti di sbarco, gli eventuali casi positivi possono essere identificati ed isolati. Le regole sono chiare e vanno rispettate: a parte coloro che sono all'interno dello spazio di Schengen, chiunque giunga in Italia deve effettuare due settimane di isolamento. In aggiunta a ciò, il 9 luglio il ministro Speranza ha firmato una ordinanza che vieta gli arrivi in Italia da 13 nazioni che hanno una situazione epidemiologica critica».
Come si deve valutare il fatto che a fronte di una media di 200 nuovi casi al giorno, comunque il numero delle persone in ospedale stia sostanzialmente diminuendo?
«C'è sempre un intervallo di tempo che trascorre tra l'avvio dell'infezione, lo sviluppo della malattia e il suo decorso sino all'esito finale. Le persone che oggi escono dal conteggio degli infetti, siano essi guarite o decedute (sempre meno per fortuna) sono quelle che si sono infettate circa un mese fa. Se prosegue il trend attuale, è statisticamente probabile che tra un mese il numero dei ricoverati si stabilizzerà. Un aspetto del monitoraggio settimanale, che passa inosservato a chi guarda solo il numero dei casi o il tasso Rt, è l'attenzione al potenziale sovraccarico dei servizi di assistenza, che al momento non evidenzia alcuna criticità».
 

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