Alessio Arena, il "Girotondo" dei vecchi filmini familiari

di Federico Vacalebre

Nuovo videoclip, pubblicato in esclusiva sul sito de "Il Mattino", tratto da«Bestiari(o) familiar(e)» - titolo bilinque per un disco poliglotta che passa dal catalano al napoletano, dallo spagnolo all’italiano - di Alessio Arena, il migliore dei giovani cantautori newpolitani. "Girotondo", questo il titolo, cita in un verso finale Battiato ("Spero che ritorni presto l'era del cinghiale bianco") ed affida la narrazione per immagini a Guillem Roma (che è anche un ottimo musicista catalano e canterà in una canzone del disco nuovo di Arena) a partire da vecchi filmat familiari in super 8.







Uscito in Spagna prima che in Italia, «Bestiari(o) familiar(e)» è nato grazie al crowdfunding on line, oltre che ai soldi di «Musicultura», prestigioso concorso di canzone d’autore vinto con il brano «Tutto quello che so dei satelliti di Urano». Il ventinovenne della Sanità, tra i talenti più delicati e brillanti e variegati della sua generazione - dopo aver pubblicato «L’infanzia delle cose» per Manni e «Il cuore è un mandarino acerbo» per Zona è arrivato secondo al premio letterario indetto dalla casa editrice Neri Pozza con il romanzo «La letteratura Tamil a Napoli», - sembra la risposta europea a Rufus Wainwright e Antony, songwriter americani che non hanno paura di confessare di aver vissuto perennemente sull’orlo di una crisi di nervi e di batticuori.



Ma i suoi riferimenti non sono, e non potrebbero essere, gli stessi dei colleghi d’oltreoceano, non guarda al soul con voce d’angelo né veste i panni di Judy Garland o del divino androgino metropolitano. Suo padre è Gianni Lamagna, ugola verace e di tradizione, suoi compagni di session - per la parte registrata a Caserta - sono i virtuosi della Nuova Compagnia di Canto Popolare, anche se più che alla riscoperta delle radici Alessio guarda a certa canzone d’autore, da Pino Daniele a Joe Barbieri, ma ancor di più ai maestri latinoamericani che ha conosciuto in Spagna: dai neotrovatori cubani Pablito Milanes e Silvio Rodriguez all’uruguayano Jorge Drexler: «Drexler è uno dei miei riferimenti più genuini, e non solo mio, ma di tutti i giovani che lavorano alla canzone in spagnolo, oggi. Il suo ultimo progetto è un’app per telefoni cellulari intelligenti. Praticamente l’ascoltatore scompone/ricompone in tempo reale ciò che sta ascoltando. Lui fa con la canzone più o meno quello che Cortázar fece con il romanzo, quando uscì ”Il gioco del mondo”».

Vola alto, Arena, che già nel toccante ep «Autorretrato dei ciudad invisible» aveva portato a Napoli Genet e ora prova a costruire «una narrazione filologicamente sensata, intercalando canzoni in napoletano a quelle in catalano, quasi natura e cultura contrapposte».



Parla delle sue due città, delle sue due tribù, delle sue due vite, «così lontane, così vicine. Ci sono i suoni del mio presente, ovvero Barcellona, dove provo a sbarcare il lunario nutrendo la mia musica e la mia scrittura. E ci sono i suoni del mio passato: Napoli, con un eterno ritorno a casa».

Libri e dischi sono frutti diversi della stessa fantasia creativa: «La concisione della canzone mi proietta nell’autobiografia, mi spinge a mettere a fuoco sentimenti e storie e persone della mia vita attuale e passata, meravigliose “bestie” a cui consegno un lavoro discografico che ha un po’ il senso di un testamento».



Nemo propheta in patria? «No so, siamo ragazzi dell’Europa, come cantava qualcuno, che una città, ti adotti, ti coccoli e accolga il tuo lavoro, come succede a me a Barcellona, è un regalo enorme. Napoli mi tratta benissimo, ma in Italia è l’industria culturale ad essere in ritardo».



Voce affilata, delicata, a tratti femminea, Alessio passa da atmosfere jazzate a sensualità latine nel gioco di rimandi dall’attualità («Avui») al passato («Ajere»), attraversato dal folklore dell’America latina studiata mentre si laureava in Letterature caraibiche. Usa un lessico nuovo per emozioni antiche, veste con classe melodie desuete e oblique, anzi le spoglia, convinto che la nudità emotiva sia condizione naturale, inevitabile. «Levati la fantasia, senti a mamma tua/ disse l’osso al cane ed io ti do ragione/ stasera se mi siedo a tavola con te/ mi mangio le parole», dice il testo con cui si è imposto a Macerata: «Ti racconterò/ di una lingua misteriosa/ come quella della rosa al cimitero/ che dà voce al pensiero/ e fa volare le sue spine fino/ ad attraversare il cielo».



Un disco bello, originale, importante. Questo videoclip potrebbe spingervi a recuperarlo.
Sabato 23 Maggio 2015, 13:37 - Ultimo aggiornamento: 23-05-2015 15:35
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