CORONAVIRUS

Covid in Campania: dalla scuola ai trasporti e alla sanità, ecco cosa non ha funzionato

Sabato 17 Ottobre 2020 di Ettore Mautone e Elena Romanazzi

Sei mesi non sono bastati alla Campania per organizzarsi in previsione di una seconda ondata che più di uno scienziato aveva previsto. Carenza di medici, scuole lasciate sole ad affrontare i casi di alunni e prof positivi. Ritardi sui tamponi e una rete assistenziale domiciliare in estremo affanno. Ecco tutte le criticità.

In Campania il sovraccarico dei servizi sanitari territoriali deputati al tracciamento e monitoraggio dei nuovi positivi al Covid potrebbe riflettersi a breve in uno stress dei servizi assistenziali ospedalieri. Vaccini antinfluenzali, posti letto, assunzioni, tamponi e tracciamenti: cos’é che non ha funzionato in Campania dopo il lockdown? Partiamo dal tracciamento dei positivi: è una funzione cruciale per spegnere i focolai svolta dai dipartimenti di prevenzione delle Asl. Nonostante siano state mobilitati con richiami dalle ferie questo lavoro è stato svolto con pochi uomini e mezzi. Il potenziamento preventivato dal piano ministeriale è stato solo parzialmente avviato mentre mancano ancora igienisti, epidemiologi e tecnici della prevenzione. Talvolta si è tollerato, senza particolari controlli, soprattutto durante le prime settimane estive, il massiccio arrivo di turisti giunti da tutto il mondo. È prevalsa l’esigenza di rilanciare settori economici trainanti messi in ginocchio dalla crisi conseguente all’epidemia. L’obbligo di tamponi al rientro dalle ferie per i residenti, scattato il 12 agosto in maniera anche più restrittiva rispetto al resto d’Italia (misura appropriata) non ha però conseguito il risultato atteso a causa di carenze nei controlli e per la farraginosità dei meccanismi di prenotazione, esecuzione e comunicazione degli esiti dei tamponi e anche per la sottovalutazione dei rischi di diffusione dei contagi da parte di cittadini positivi asintomatici. 

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Nelle prime settimane l’incidenza è cresciuta nei quartieri a maggior tenore di vita interessando fasce di popolazione a maggior potere d’acquisto e più propense alla mobilità. A partire da settembre si è assistito invece alla migrazione del virus verso le zone più popolari e densamente abitate dove risiedono molti nuclei caratterizzati da disagio socio economico, precari, giovani, che usano in maniera massiccia i trasporti pubblici, abitano case piccole e con molti componenti, meno propensi ai controlli anche per evitare pause dal lavoro. Si è sentita l’assenza di alberghi e Covid Resort per le quarantene. 

Il carico di lavoro delle Asl è cresciuto a dismisura anche a fronte di tamponi giornalieri limitati. Una delle carte vincenti giocate durante il lockdown, ossia l’esecuzione di test mirati, in assenza dello stop alle attività economiche e lavorative si è rivelata una strategia insufficiente. Non ha aiutato l’inspiegabile freno tirato alla liberalizzazione dei test nei laboratori privati, misura poi adottata di recente. Il progressivo impegno ospedaliero ha poi mostrato limiti soprattutto rispetto alla carenza di personale. I reclutamenti effettuati alle prime avvisaglie della crisi hanno riguardato soprattutto la parte infermieristica mentre sul versante medico non c’è stata una tempestiva soluzione alle croniche carenze di figure chiave. Uno scoglio contro cui rischia di infrangersi anche il nuovo piano di potenziamento dei posti letto delle rete Covid mentre ci si attende una risposta modesta dalla richiesta di 600 medici e 800 infermieri fatta dal governatore De Luca alla Protezione civile. 

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IL TERRITORIO 

Le carenze di medici e specialisti si è sentita anche sul territorio dove non è stata consolidata una efficace routine di presa in carico dei pazienti a domicilio. La medicina di famiglia del resto ha dato risposte disomogenee senza una adeguata valorizzazione. Molte riunioni dell’unità di crisi hanno puntato i fari sugli ospedali ma poco sull’organizzazione di questa fetta dell’assistenza nonostante la codifica di nuove e più articolate funzioni e compiti di cura inseriti e remunerati nei contratti (Aggregazioni tra medici in ogni quartiere, telemedicinaì e teleassistenza). L’accelerazione impressa dal virus ha superato di gran lunga la lentezza di processi organizzativi. Solo le Usca, per i tamponi a domicilio, sono state efficacemente impiegate. Infine i vaccini: qui la Regione si è mossa per tempo raddoppiando l’acquisto di dosi ma non tutti i camici bianchi di famiglia hanno aderito alla campagna in corso e le dosi non arriveranno nelle farmacie (come in tutta Italia). 

I BANCHI 

Il primo rebus i banchi. Gli agognati banchi monoposto. Sono arrivati prima al nord, come aveva annunciato il commissario Arcuri. A Napoli rispetto alla richiesta di ben 250mila tra monoposto sedute con ribaltine, alla fine della scorsa settimana ne sono stati consegnati meno di un terzo, ovvero 65mila. Numeri che hanno complicato la vita dei dirigenti scolastici. 

LE ASSUNZIONI 

In 1943 tra docenti e personale Ata solo a Napoli sono andati in pensione. Duemila le immissioni in ruolo effettuate quest’anno, 4600 le assegnazioni provvisorie, 6000 i posti in deroga coperti sul sostegno e ben 10mila supplenti in tutta la Campania. Non tutti i posti sono stati coperti dalle supplenze ne mancano all’appello 400 in tutta la regione, 250 solo a Napoli. Il personale Covid è arrivato in ritardo. Il meccanismo è il seguente. Alla regione Campania sono stati destinati dal ministero dell’Istruzione 256 milioni di euro proprio per il personale aggiuntivo, diviso tra le diverse istituzioni scolastiche in base al numero di iscritti. Ogni dirigente, in pratica, ha la possibilità di scegliere se assumere bidelli o potenziare il corpo docente. Una operazione, questa, avviata solo dopo l’inizio della scuola che sta generando confusione soprattutto sul fronte dei bidelli: ora che le scuole sono aperte ma senza alunni manterranno il posto di lavoro? Perché già ieri ci sono stati diversi casi di bidelli Covid ai quali è stato dato il ben servito.

DIDATTICA A DISTANZA 

L’anno di fatto è iniziato a distanza. Al liceo Umberto ad esempio a turno gli alunni facevano tre giorni a casa e due giorni in presenza, la settimana successiva si cambiava, tre in presenza e due a distanza. Situazione simile al Righi. In tutte le scuole proprio perché non erano in grado di accogliere tutta la popolazione scolastica si è proceduto con questo sistema anche in alcune medie. Il meccanismo è ormai rodato dopo l’esperienza del lockdown. Già ieri hanno messo in moto la procedura. C’è chi parte da lunedì prossimo e chi è invece non ha voluto perdere neanche la giornata di oggi. A macchia di leopardo, invece, gli alunni della primaria dove la situazione è più complessa e dove tuttavia si stanno attrezzando. L’ufficio scolastico regionale, guidato da Luisa Franzese, con gli ispettori ha predisposto una riunione d’urgenza proprio per la Dad (Didattica a distanza) e la Did (Didattica integrata) a supporto delle scuole. 

I TRASPORTI 

Le diverse modifiche sulla capienza hanno mandato in tilt il sistema. Per l’avvio dell’anno scolastico, il limite fissato di capienza era all’80%. Sono state ripristinate e potenziate le linee scolastiche. Nove linee e trenta mezzi in più (già sospesi nella giornata di ieri) in tutto con corse scaglionate in base all’ingresso degli studenti. Si parla del trasporto che ha visto nei giorni scorsi una media di 15mila studenti sui bus e 30mila nella metropolitana. In sostanza solo il 60% degli studenti ha utilizzato il trasporto pubblico per recarsi a scuola rispetto al pre-lockdown. Ora, per la riapertura delle scuole, si pensa al raddoppio dei mezzi proprio per garantire ancora di più la distanza di sicurezza. Le code e le resse alle fermate, ma non solo di studenti, De Luca non ne vuole più vedere. Tant’è che pochi giorni fa c’è stato un vertice in Regione con tutte le aziende di trasporto locale campane per affrontare le criticità, ipotizzando (una norma appena approvata lo consente) l’utilizzo dei bus turistici con conducente.

Ultimo aggiornamento: 12:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA