Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Via Poma, 32 anni fa il delitto. Si riparte da traccia ematica e depistaggi. Il giallo dei due alti rappresentanti dello Stato

Sabato 6 Agosto 2022 di Cristiana Mangani
Via Poma, 32 anni fa il delitto. Si riparte da traccia ematica e depistaggi. Il giallo dei due alti rappresentanti dello Stato

Una traccia ematica individuata sulla maniglia della porta, un gruppo sanguigno A positivo, analisi mai compiute, depistaggi. A cercare tra le carte del delitto di via Poma ci sarebbe spazio per chissà quante altre inchieste. Compaiono nomi e persone i cui ruoli non sempre sono stati definiti. Ed ecco perché, a 32 anni dalla morte violenta di questa ragazza romana, si continua a cercare la verità. Si fruga nelle storie di chi non c'è più, ci si aspetta una confessione dell'ultima ora. Si spera di consegnare un assassino a una famiglia ancora disperata che, pur avendo avuto il sostegno della giustizia, non ha potuto trovare pace con la condanna del vero killer.

Via Poma, 32 anni fa il delitto

Domani sarà un nuovo anniversario e saranno ancora nuove speranze. Da qualche mese, infatti, la Procura di Roma ha aperto l'ennesimo fascicolo di inchiesta sulla base delle segnalazioni di una testimone che aveva fornito un alibi non vero. Nello stesso tempo l'intuizione e la tenacia di uno dei giornalisti più esperti sul caso, Igor Patruno (suo il libro “La ragazza con l'ombrellino rosa”), ha portato agli inquirenti elementi rimasti inesplorati, sui quali ora hanno ripreso a investigare. In contemporanea la Commissione parlamentare Antimafia sta svolgendo audizioni e ha sentito la sorella della vittima, Paola Cesaroni, che ha presentato la nuova denuncia a piazzale Clodio, il suo avvocato Federica Mondani e lo stesso Patruno.

Il giallo dei due alti rappresentanti dello Stato

Dai loro resoconti emergono figure rimaste nell'ombra: due, in particolare. Alti rappresentanti dello Stato sui quali si stanno svolgendo accertamenti. Il loro ruolo potrebbe essere stato quello di depistare le indagini, di nascondere indizi. Di certo, nella infinita documentazione del caso giudiziario, in più occasioni emerge «uno strano interessamento alle indagini» da parte loro. Tra i primi ad arrivare sulla scena del delitto, tra i primi a voler sapere come procedessero le investigazioni. Inoltre, chi è ora sotto la lente della magistratura e della Direzione investigativa Antimafia, sembra conoscesse molto bene il palazzo di via Poma. E questo andrebbe a suffragare la tesi sostenuta sin dal primo momento dagli investigatori, che l’assassino sia una persona stanziale, ovvero del palazzo. Qualcuno che lo frequentava o ci abitava. Gli inquirenti dell'epoca non acquisirono mai il Dna di alcune di queste persone e, forse, per questo non si è mai riusciti ad attribuire la traccia ematica trovata sulla maniglia della porta dell'ufficio di via Poma, composta da sangue frammisto a quello della vittima.

Il fascicolo

Il fascicolo affidato al procuratore aggiunto Ilaria Calò, che indaga da anni sull'omicidio, è passato da modello 45, senza indagati, alla contestazione del reato di omicidio volontario. Sono tornati i testimoni a piazzale Clodio. Ed è stata ascoltata una teste dell'epoca, che aveva fornito un alibi a uno dei personaggi coinvolti inizialmente nell'inchiesta. La donna, pochi mesi fa, ha confessato all'allora capo delle indagini, Antonio Del Greco, che l'alibi da lei fornito era falso. E questo farebbe cambiare la posizione di uno dei sospettati, perché non c'è più la certezza di dove fosse all'ora del delitto.

 

I sospetti

I sospetti si sono più volte concentrati anche sull'ex presidente regionale degli Ostelli della Gioventù di Roma, l'avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, dove Simonetta lavorava, che è morto sei anni fa. Ma anche in quel caso, gli accertamenti non sembrano aver fatto passi avanti. E ora si guarda con rinnovato interesse a questa ulteriore direzione. Ma con quali speranze? La storia di via Poma ha insegnato che gli errori e i depistaggi attuati nelle prime fasi delle indagini sono stati così gravi o, comunque, così ben concertati, da far naufragare qualsiasi strada verso la verità.

Difficilmente una indagine riuscirà a scandagliare ogni angolo più remoto della vicenda di via Poma come quella che è stata condotta dal pubblico ministero Roberto Cavallone, oggi sostituto procuratore generale. E' l'indagine che ha portato all'incriminazione di Raniero Busco, l'ex fidanzato di Simonetta, condannato in primo grado, assolto con formula piena in Appello, sentenza confermata in Cassazione. Non aveva responsabilità nel delitto e, alla fine, è stato ampiamente dimostrato. Ecco perché, a distanza di 32 anni, si cerca ancora l'assassino.

La Commissione antimafia in carica si avvia a chiudere, almeno preliminarmente, la relazione sull'omicidio di Simonetta. Se ne occuperanno, se lo riterranno opportuno, quelli che verrano nominati dopo le elezioni. Di certo, una cosa sembrano aver evidenziato gli attuali componenti: la seconda catena casuale dell'omicidio, quella che è stata citata anche nella requisitoria del pm Calò durante il processo a Raniero Busco, esiste e ha agito impunita e nell'ombra. La seconda catena sarebbe quella dei depistaggi, della “distrazione” delle prove. Quella legata all'interesse di persone dello Stato che di interesse alla vicenda non avrebbero dovuito averne, quantomeno in maniera così diretta. Dopo poche settimane dalla riapertura del fascicolo, la procura già dice che «nulla di rilevante sta emergendo». Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile che si è ucciso a ridosso della sua testimonianza in aula durante il processo Busco, non potrà dire più niente. Così come Caracciolo di Sarno, al quale Vanacore si è rivolto non appena ha trovato il cadavere della ragazza, ancora prima di chiamare la polizia. E lo ha fatto con insistenza, ma non si saprà mai perché.

Il delitto

Era il 7 agosto del 1990 quando Simonetta Cesaroni è stata uccisa con 27 coltellate. Le piste investigative seguite sono state le più varie. Esami scientifici, perizie, processi, ogni angolo è stato scandagliato. Persone che entrano ed escono lasciando dubbi, sospetti. Un dedalo infinito di ipotesi. Ed è dal momento in cui viene trovato il cadavere della ragazza, grazie alle insistenze della sorella Paola, che tutto diventa confusione e ombre. Entra Vanacore, l'unico a finire in carcere per qualche giorno. Poi, Salvatore Volponi, uno dei datori di lavoro, nei cui confronti il pm Pietro Catalani chiede l'archiviazione. Un anno dopo finisce nell'inchiesta Federico Valle, nipote dell'architetto Cesare Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che la notte del delitto ha ospitato Vanacore. Viene tirato dentro dall'austriaco Roland Voller, amico della madre di Valle, altro personaggio misterioso, altro depistatore. E l'elenco potrebbe continuare all'infinito, fino ad arrivare a Raniero Busco, l'unico al quale sia stato fatto un vero processo. Ma la sua innocenza emerge con chiarezza.

A distanza di 32 anni si continua a parlare di via Poma, di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato, di come una ragazza di soli 20 anni possa essere stata uccisa in un palazzo del centro della città, di come il vero colpevole continui a farla franca.

Ultimo aggiornamento: 7 Agosto, 11:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA