La comunicazione politica è donna: la svolta italiana (e il modello Biden)

Giovedì 8 Aprile 2021 di Maria Latella
La comunicazione politica è donna: la svolta italiana (e il modello Biden)

All'Eliseo o al Quirinale non ci siamo ancora ma le chiavi del motore del consenso, la macchina della comunicazione, quelle ormai sono saldamente in mano alle donne. Joe Biden ha affidato a loro tutta la comunicazione della Casa Bianca: sette su sette sono donne, tutte al vertice. E la vicepresidente Kamala Harris ha una portavoce donna, l'afro-americana e Millennial Symone D. Sanders.

E noi? Anche noi, nel nostro piccolo, ci adeguiamo. Dopo le capogruppo, il Pd di Enrico Letta affida alle donne la comunicazione del Pd. E pure questa è una prima volta nel partito che, l'ha detto il suo segretario e lo sanno bene le sue parlamentari, è stato (è?) solidamente maschilista. Monica Nardi, 43 anni, laurea in storia con specializzazione in cooperazione economica, con Letta dal 2002, dai tempi dell'Arel e con lui portavoce a palazzo Chigi, è la nuova direttrice della comunicazione del Pd e sua portavoce. A lei riporteranno la responsabile della comunicazione integrata Chiara Pasqualini, già vice capo ufficio stampa a palazzo Chigi nei governi Renzi e Gentiloni e la giornalista Tiziana Ragni, già conduttrice di Radio Immagina e responsabile del sito web del Pd, ora nominata capo ufficio stampa.

Come cambierà la comunicazione del Pd nell'era Enrico Letta? «I segretari passano e il partito resta» ha detto Monica Nardi riunendo la ventina di collaboratori (molti dei quali di consumata esperienza, ma pure in cassa integrazione) sui quali investe lo sforzo del Pd a marca Letta.

Andranno a fare squadra (o a scontrarsi, non bisogna aver paura delle parole) con le colleghe che già gestiscono la comunicazione ai vertici della politica italiana. Dalla portavoce di Mario Draghi, Paola Ansuini, a Iva Garibaldi, oggi con Giorgetti dopo anni al fianco di Salvini, a Giovanna Ianniello, portavoce e consigliera di Giorgia Meloni, per citarne solo alcune.

Parlare ai militanti e agli elettori è cosa diversa dal «vendere» un leader. Su quest'ultimo fronte le donne hanno già dimostrato negli anni di essere più che efficaci. Da Kellyanne Connway che aveva da piazzare un prodotto già noto e di successo come Donald Trump a Carrie Symonds che ha creduto talmente tanto nel prodotto Boris Johnson da portarlo a Downing Street per poi, diciamo, sposarlo, la politica è piena di portavoce donna clamorosamente brave. Anche in Italia.

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Ma, appunto, in tempi in cui la democrazia non è più la solida certezza di sempre e i partiti (e i movimenti) combattono alla disperata ricerca di un'identità, affidarsi a comunicatrici può essere una buona idea. Di solito non si danno arie da guru, lavorano sodo come spesso capita al genere femminile anche in altri settori e, se hanno un po' di esperienza, cercano di unire più che dividere. Del resto i guru che si portavano molto dieci anni fa, quelli che promettevano sfracelli e incassavano parcelle, ora si portano meno. Chiedere a David Cameron che, come scrive Sasha Swire in Diary of an Mp wife (Diario della moglie di un deputato) sta ancora rimpiangendo gli assegni staccati all'americano Jim Messina. 

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