Petrella verso Sanremo:
«Il pop è il mio mestiere»

Domenica 19 Novembre 2017 di Federico Vacalebre
Davide Petrella

Nel 2011 ci provò con Le Strisce, la sua pop band made in Marano, ma «Vieni a vivere a Napoli» si fermò alle selezioni, non gli procurò il passaporto per l’Ariston. Adesso che balla da solo ed è un autore di successo, Davide Petrella a Sanremo ci è arrivato, anche se per adesso farà tappa a Villa Ormond, dove, il 15 dicembre, in diretta su Raiuno, sarà tra i sedici Giovani finalisti che si contenderanno i sei posti a disposizione (altri due andranno ai concorrenti di Area Sanremo) per il Festival.
Fu uno smacco per il gruppo quella bocciatura, Davide?
«Per qualcuno di più, per qualcuno di meno. Personalmente mi spinse a crederci ancora di più, sono fatto così. E ora posso dire che non eravamo pronti, io di sicuro non lo ero».
Ti senti più pronto ora che Le Strisce non ci sono più e che hai firmato «Vorrei ma non posto» con J-Ax e Fedez; «Logico», «Greygoose» e altri successi con Cremonini; «Pamplona» con Fabri Fibra; i nuovi «Fenomenale» e «Cinema» con la Nannini; «Ogni istante» con Elisa?
«Credo di sì, non ho tensioni, almeno non ancora, e credo molto nella mia canzone, “Non può far male”».
Puro pop, anche molto pompato nel sound, per la nuova generazione.
«Parla di un amore scostumato, un po’ maleducato. Al di là del risultato funzionerà alla radio, regge anche senza la kermesse sanremese, ne sono soddisfatto. Poi, se mi bocciano, potrei sempre passare un mio brano a qualche big: ne stiamo parlando».
Insomma, o di riffa o di raffa... Ma come convivono il Petrella autore e quello cantautore?
«L’autore e il cantante sono due mestieri diversi, altrimenti finisci per pensare solo a te e dare la muffa agli altri. Mi piace scrivere e mi piace cantare, se vado a Sanremo potrei avere più tempo e spazio per la seconda cosa: dal risultato di “Sarà Sanremo” dipenderà anche la data di uscita del mio album per la Warner».
L’hai già lanciato con i singoli «Einstein» e «Skyline». Tanta carne a cuocere, insomma.
«Non credo all’ispirazione che ditta dentro, quella viene una volta, poi... Scrivere canzoni è un lavoro duro, quotidiano, anche di squadra».
Ecco, a molti appare strana questa composizione di team, quasi fossimo tornati ai tempi di Pace/Panzeri/Pilat. Possibile servano sei e più mani per un ritornello efficace e qualche rima non scontata?
«Possibile, altrimenti tutti arriverebbero in hit parade. Il cantautorato prima, e la rete, dopo avevano quasi mandato in pensione l’artigianato canoro, ma, poi... rieccoci. Io non ho messaggi da lanciare o lezioni da tramandare, solo melodie e parole dirette, capaci di conquistare le radio, di rallegrare le giornate. Il rap, probabilmente, ha rimesso al centro della scena una creatività collettiva che fa bene anche al pop. A me piace lavorare con altri, come fare tutto da solo, parole e musica. Con Cesare, Cremonini intendo, ormai c’è un’intesa speciale».
Modelli di riferimento?
«Ho scritto il primo pezzo a 11-12 anni, in fissa con il falsetto alla Jeff Buckley. Credo che il primo Tom Waits sia il più grande autore di canzoni-canzoni, capace di delineare una storia con poche parole. E che oggi il più grande sia Pharrell Wlliams, un vero re Mida. In Italia? Non so, dobbiamo tornare ai tempi di Mogol-Battisti».
La canzone napoletana perfetta?
«Te voglio bene assaje».
Non sei andato via da Napoli.
«Il mio mestiere me lo permette e la città mi ispira e mi ricorda, a differenza di quanto succederebbe a Milano o Roma o Bologna, che la vita è una cosa complicata. E le canzoni parlano di vita, non sono favolette».

Ultimo aggiornamento: 19:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA