Boo, cantaNapoli verace: «Pelle nera e tante radici»

Sabato 26 Settembre 2020 di Federico Vacalebre
Simona Boo e Cultural Team
Le radici sono quelle con cui nasci, ma anche quelle che ti dai, che scegli per te, che costruisci. Così Simona Boo, «napoletana dalla pelle nera», porta dentro nella sua voce e nella sua musica «anche» la cultura brasiliana, di cui credeva di essere in qualche modo figlia, e quella africana, nigeriana, per l'esattezza, visto che ha da poco scoperto la vera provenienza del padre. Canta «Sufia», la madre biologica, pugliese. E, in «Zaè», i genitori adottivi. E si sente di casa «Al centro storico», anche se il pezzo che porta quel titolo ha un innegabile mood carioca, con tanto di cavanquinho ad accompagnare il tutto.

Vista e sentita con Avitabile, i 99 Posse e l'Orchestra di Piazza Vittoria, con «Fuje», disco bello anche se non sempre a fuoco e un po' dispersivo, si racconta insieme al suo Cultural Boo Team (Salvatore Costigliola, armonica; Mario Sagliocchi, chitarra elettrica; Danilo Virgilio, basso), Luigi Di Costanzo, chitarra acustica e Fabio Rotondo, batteria), fiera di essere una nuova italiana (è nata qui, cari neorazzisti, proprio come noi), napoletana verace, afrodiscendente orgogliosa di essere tale. Conosce il peso del conflitto, la vergogna della xenofobia: «Sono cresciuta a Varcaturo, già da bambina vedevo i ragazzi con la pelle nera sulle rotonde degli stradoni sfruttati per pochi euro al giorno nelle campagne o le donne africane costrette a prostituirsi sulla statale Domiziana. E nulla è cambiato. È chiaro che anche la seconda generazione, nata qui, vive le stesse forme di razzismo», spiega. Eppure nella sua voce, come nel suo sorriso, soffia un pensiero positivo, si guardi l'incipit reggae di «Bacia il silenzio». «Oração» e «Canto di fata» confermano come la cultura adottiva brasiliana permei in profondità la bella Simona. «Estate 89» inizia con «Ciao mamma come mi diverto», ma Jovanotti non c'entra, racconta il dramma di Jerry Masslo e della piccola Valeria e del suo papà, che avevano provato ad attraversare il Rio Bravo per passare dal Messico agli Usa e sono annegati nel fiume, morti a faccia in giù, con la bimba avvolta nella maglietta del padre.

Le radici, come le identità, oltre a dare sicurezza, un passato, una (o più) comunità, possono diventare un peso, come ricorda il brano che dà il titolo al disco, uno scoppiettante afrobeat newpolitano. Forse, come cantavano gli Almamegretta, «'o sciore cchiù felice è o sciore senza radice». O forse no, perché il fiore reciso muore preso. E Simona Boo è un fiore che promette profumi e colori a lungo. Grazie anche alla premiata complicità di Daniele Sepe, Scalzabanda, Kaw Sissoko. Ultimo aggiornamento: 13:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA