Con Scorsese e 14 cd
mito e maschera di Dylan

Bob Dylan, Rolling Thunder Revue
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di Federico Vacalebre

Ora: o siete nella maggioranza rumorosa per cui ascoltare 14 cd di Bob Dylan, tutti testimonianza dello stesso tour per di più, è un supplizio, o siete nella minoranza silenziosa di atei devoti per cui è la «pazziella» più bella che esista, dopo pratiche irriferibili in pubblico, si intende.
Se siete tra i primi, non correrete su Netflix, che da oggi «rilascia» «Rolling thunder revue - A Bob Dylan story by Martin Scorsese», secondo documentario che il supremo regista dedica al rocker che mise l'arte nel juke box dopo il fortunato «No direction home del 2005». E tantomeno spenderete i vostri euro per il cofanetto che contiene cinque registrazioni complete di quel mitico tour del 1975/76 arricchito dalle prove generali in un negozio di strumenti e da rarità e chicche che manderanno in brodo di giuggiole il popolo dei dylaniani dylaniati per cui il gioco della macchina del tempo è magico e micidiale, fino a portarci dietro le quinte di quei formidabili giorni di creatività e confusione, di emozioni condivise con un mucchio selvaggio di complici.
Il cofanetto è davvero una scatola delle meraviglie, inizia con le prove, cacofonicissime, del 19 ottobre 1975, in cui quasi non si riconoscono gli impianti dei brani affrontati, e si finisce con una commovente testimonianza da quella «Night of the Hurricane», l'8 dicembre 1975 al Madison Square Garden a cui partecipò anche Muhammad Ali, per appoggiare Rubin Carter, l'Uragano della canzone, che quanto lo «Show del tuono rotolante» iniziò non era ancora uscita, e veniva proposta per le prime volte dal vivo.
«Desire», appunto, era pronto, Sua Bobbità si era divertito a vedere uno show dei Rolling Stones, ma voleva anche ritrovare il sapore perduto del Greenwich Village, degli anni, ormai rinnegati, del folk movement. Così mise in piedi un carrozzone di talenti, e di ego, che solo lui poteva dominare: T Bone Burnett, Mick Ronson, Joan Baez con cui non appariva insieme da una decina d'anni, Ramblin «Jack» Elliott, Bobby Neuwirth, Roger McGuinn con la sua dodici corde e il suo jingle jangle sound, Scarlett Rivera che marchiò a fuoco il suono con il suo violino, Ronee Blakely, Steven Soles, David Mansfield (straordinari i suoi interventi alla pedal steel guitar), Rob Stoner, Howie Wyeth e Luther Rix. Ma della truppa facevano parte anche tipetti come Allen Ginsberg, KInky Friedman e Sam Shepard, mentre Joni Mitchell arrivò per una data e non se ne andò più.
In tutto 57 live, 30 nella tranche autunnale, 27 in quella primaverile: dal 30 ottobre 1975 al 25 maggio 1976. I concerti erano stati organizzati in teatri non troppo capienti e annunciati quasi all'ultimo momento, il pubblico li viveva come eventi intimi, sul palco erano così tanti da darsi fastidio l'un l'altro, da intralciarsi così tanto da impedire, a volte, un ascolto professionalmente accettabile. Costruito sulla scorta dei medicine show, della tradizione vaudiville, lo spettacolo arrivava a durare anche quattro ore, ma Bobbissimo restava in scena al massimo un'ora, duettava «Blowin in the wind» con l'ex amata Baez, a cui lasciava un set solista più consistente di quelli riservati a tutti gli altri. «The lonesome death of Hattie Carroll» veniva missata a «A hard rain's a-gonna fall», i brani di «Blood on the tracks» brillavano di luce assoluta.
«This is your land», inno patriottico-comunista di Woody Guthrie era il finalone corale. Intanto, si girava «Renaldo e Clara» con Howard Alk and David Meyers, film pretenzioso che non racconta il tour,quanto la voglia di Mister Tamburino di complicarsi la vita: voleva ispirarsi a Truffaut e Carné, ma «Tirate sul pianista» e «Amanti perduti» non erano alla sua portata e non c'entravano nulla con quell'avventura, insieme nostalgica e innovativa, che da un lato rimpiangeva e ricreava i tempi liberi degli esordi e del folk, dall'altra proiettava il gigante della canzone nell'elettrica stagione di brani come «Hurricane», «One more cup of coffee (valley below)», «Romance in Durango» che qui conoscevano le loro prime esecuzioni pubbliche.
Il volto dipinto di bianco, o coperto da una maschera, guardavano forse alla teatralità del glam rock, ispirandosi a quel David Bowie, a cui aveva già «rubato» la chitarra assassina di Ronson, peraltro forse fuori luogo in quel condensato di americanità ribelle.
Le registrazioni dei concerti (148 brani, di cui oltre 100 mai pubblicati in precedenza) ci portano con le orecchie in prima fila ai concerti e alle prove prima, il film di Scorsese aggiunge le immagini, d'epoca, mai viste prima, e nuove, con interviste, anche al songwriter da Nobel certo, la prima in video dopo chissà quanti anni, per vivere da dentro quella carovana improbabile, impossibile, eclettica, scombinata e perfetta. C'è persino un duetto con Joni Mitchell sulle note di «Coyote» a casa di Gordon Lightfoot e Dylan che osserva una performance poetica di Patti Smith. «Ho cercato di andare al cuore di questa storia», ha spiegato Bob con il tono ineffabile di sempre, «non ricordavo niente, erano passati più di quarant'anni, così tanto tempo fa che non ero quasi nato».
Come a dire che il rockumentary è anche un mockumentary, che la maschera indossata non è mai stata tolta, che l'incontro con una giovanissima Sharon Stone è pura, divertentissima, fiction e che di parecchie altre invenzioni spacciate per vere è disseminato il film, che non vuole dire la verità, nè mostrarla, al massimo suonarla, come quando «A hard rain's a-gonna fall» da ballata (post?)nucleare diventa un profondissimo blues di Chicago, quando «Isis» e «A simple twist of fate» sono puro batticuore. Che il box di 14 cd rende con spietata semplicità acustica da leggenda, mentre il documentario di Scorsese, abilissimo mistificatore per immagini, ingloba in quella che, sin dal titolo, vuole essere soltanto un'altra «storia» di Bob Dylan. C'era una volta lo show del tuono rotolante...
 
Mercoledì 12 Giugno 2019, 20:19 - Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 11:53
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