Il Conte di Napoli: «Nella canzone classica c'è l'arcano della poesia»

Lunedì 2 Dicembre 2019 di Federico Vacalebre
Enzo Gragnaniello e Paolo Conte

Intorno il centro storico napoletano impazzito tra turisti e shopping prenatalizio. Dentro San Pietro a Majella non vola una mosca. Studenti dei conservatori campani e semplici fan aspettano l'incontro con Paolo Conte come un'epifania (con la minuscola, nessun riferimento al 6 gennaio 2020, quando il grande astigiano compirà 83 anni), quasi a preparare il boccone prelibato di stasera, quando si esibirà al San Carlo, già sold out. L'occasione è data dal debutto del SoNa, nascitura piattaforma delle musiche campane progettata dalla Scabec: lo presenta il curatore Pasquale Scialò, mentre il governatore Vincenzo De Luca ne promette il prossimo debutto e conferma l'impegno a favore del San Pietro a Majella con 7 milioni di euro. Scialò divide il ruolo di cerimoniere con Giorgio Verdelli, che sta girando, e girerà anche al San Carlo, un docufilm sul cantautore. CantaNapoli è il punto di partenza, e di arrivo, di una «conversazione spassiunata».

Impegnato nel tour che celebra i 50 anni di «Azzurro», l'avvocato-cantautore si è concesso il lusso di coniare un neologismo partenopeo, «l'azzurreria»: «Sa di mercato, di drogheria, mi sono lasciato andare nel corpo a corpo con una lingua che non è mia, ma a cui tutti noi che scriviamo in italiano ambiamo, aneliamo», racconta con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, che ha un astigiano che ha visto Napoli e la sua canzone. «Io amo la melodia partenopea antica, parlo di musica, non di parole: nell'arcaico c'è l'arcano della poesia. Ma le parole contano, noi cantautori a volte buttiamo giù i testi in un inglese maccheronico, più morbido e meno legnoso dell'italiano. Il napoletano è lingua, guai a negarlo, ma anche dialetto e ne ha la duttilità, le morbide rientranze, le elisioni che permettono preziosi incastri ritmici. La canzone napoletana va venerata ogni giorno».

Non è una lectio magistralis, Conte rimane l'uomo schivo di sempre, ma gli luccicano gli occhi quando arriva il regalo di una registrazione della sua «Sant'America» incisa da Isa Danieli. Quel brano fu composto per i titoli di testa di «Aspetta primavera, Bandini», un film fantiano di Dominque Deruddere, è tra le perle misconosciute del canzoniere napoletano del Nostro: «La dove o' rraggiunamente nun se quaglia, nun sape arriva'/ e mmanduline co' grazia e turmiento/ chelli, si, chelli sanne parla'.../ comodamente assettate se mettettene calmi a suna'». E tre mandolini, ricorda orgoglioso lui, erano previsti nell'arrangiamento originale di «Azzurro». Una per una vengono ricordate le altre perle del Conte di Napoli: «Spassiunatamente», che stasera regalerà in concerto con «Ma si t'a vo' scurda'», naturalmente, ma anche «Naufragio a Milano», la prima tenzone nella lingua di Di Giacomo, del 1975: «Sono cresciuto con il culto della canzone napoletana, così ho provato a misurarsi con quella lingua sintetica, esotica, intrigante, lirica, profumata. In quel primo esperimento ho fissato un gruppo di emigranti all'arrivo a Milano, non alla partenza, e non solo perché non era più tempo dei bastimenti. Da piemontese ho sempre avuto qualche diffidenza per Milano, dove si parla tanto di lavoro, si parla... Eccoli, allora, quegli uomini e quelle donne del Meridione perplessi e attoniti tra tutti quei ragionamenti sul lavoro: la nostalgia li imprigiona, non sono riusciti a portare con sé tutte le tenerezze che potevano salvarli». «Ah, stu naufragio dint'a Melano senza na varca e pure senza o'mare/ E tu me dici stasera usciamo e dove?/ Vie scanisciute e figure ignote, lampade al neon, Carmela cara», sembra quasi il Carosone di «Lettera da Milano», dove il cielo è «acqua e annese», acqua e anice, ma si era ben più integrato nella metropoli.

Paolo si dice fan di E. A. Mario «che studio grazie a un'amica salernitana, lui durante il primo conflitto mondiale ha scritto un inno come Il piave mormorava, una marcia perfetta con un incipit lirico che sembra un agguato di cowboy, e poi, alla fine della seconda guerra mondiale, ha siglato un pezzo come Tammurriata nera che racconta i drammi delle guerre». È l'occasione per invitare sul palco Eugenio Bennato, tra gli invitati a far festa all'ospite, come Gragnaniello («se dovessi scrivere per una voce partenopea mi piacerebbe la sua, nessun altro ha la sua energia»), come Peppe Servillo che ricorda il lavoro di napoletanizzazione di «Danson metropol» e «Il giudizio di Paride», come il fotografo Guido Harari, come M'Barka Ben Taleb, come Valentina Stella.

Si chiude con un appassionato appello agli studenti del San Pietro a Majella, anzi a chi il conservatorio dirige: «Fateli studiare, e seriamente, ma insieme a dotti musici date loro per docenti persone del popolo, gli ultimi posteggiatori, le nonne che cantano ancora come una volta... Sarò un antistoricista, ma la canzone napoletana è un tesoro da difendere, come i classici di ogni tempo: sono senza tempo, sono del nostro tempo, vengono dal passato, vanno verso il futuro».

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