Tra vero e falso, a San Domenico il fantastico mondo dei giocattoli in vetrina

di Donatella Trotta

Storie di bambini. E storie di giocattoli. Un intreccio inevitabile che - anche in vista dell’imminente Natale - la città di Napoli mette significativamente a fuoco in due appuntamenti espositivi (e non solo) di grande interesse. Due imperdibili eventi multimediali tra luci e ombre delle due complesse dimensioni chiaroscurali (l’infanzia, da un lato; l’universo ludico dall’altro), entrambi rivolti a piccoli, grandi e famiglie in altrettanti siti monumentali del centro storico dalla forte valenza simbolica: dal restaurato Salone delle Colonne nel complesso della Real Casa dell’Annunziata a Forcella, tra le più antiche istituzioni d’Italia per l’infanzia abbandonata (che dal 20 novembre scorso fino al 28 febbraio 2017, a ingresso gratuito, ospita la splendida mostra di 210 tavole originali di Letizia Galli, dal titolo appunto «Storie di bambini», con attività ed eventi collaterali consultabili sul sito www.storiedibambini.org), al convento di San Domenico Maggiore: dove da domani, giorno dell’Immacolata, fino alla festa di San Giuseppe (il 19 marzo 2017) apre i battenti al pubblico una suggestiva “vetrina” di circa 1500 balocchi - di ogni genere, materiale, marca e latitudine - dal Settecento fino alla leggendaria bambola Barbara Millicent Rogers, classe 1959, più nota come Barbie.

A selezionarli dalla sua preziosa collezione di oltre tremila pezzi, da più di cinque anni confluiti nel Museo permanente del giocattolo al Suor Orsola Benincasa, è il curatore della mostra, Vincenzo Capuano, avvocato e docente universitario di Storia del giocattolo che così sintetizza la sua passione dominante: «C’è qualcosa che viene prima dell’amore per i giocattoli, ed è il legame con la nostra amata Napoli, dove il gioco è condizione esistenziale e l’allegria carattere tipico del suo popolo. L’importanza antropologica del gioco-funzione, e del giocattolo-strumento, fa tuttavia capo a qualcosa di ancestrale e profondo. Ha radici nel rapporto con i genitori, riguarda i ruoli che assumiamo nelle relazioni umane, le posizioni di potere, la nostalgia e il divertimento, la bellezza, la gioia e la memoria: in fondo, le medesime categorie dell’amore, che è il più bello dei giochi». Gli fa eco, presentando in anteprima la bella mostra «Storie di giocattoli dal Settecento a Barbie» (orari di apertura: dal lunedì al giovedì, e la domenica, ore 10-19, venerdì e sabato ore 10-22), Nino Daniele, assessore alla Cultura del Comune di Napoli che ha promosso l’iniziativa in collaborazione tra gli altri con l’Unisob, Arte’m, Accademia di Belle Arti e Associazione Arcigay di Napoli: «Le pazzielle, ossia il mondo e la civiltà dei giocattoli, sono una cosa molto seria», esordisce Daniele ostentando lo strummolo, tradizionale gioco di strada scelto come simbolo del Natale a Napoli nel segno dei bambini e in omaggio a Luca De Filippo a un anno dalla sua scomparsa: «In antitesi al motto del padre Eduardo fujtevenne - aggiunge l’assessore - Luca scelse invece di tornare a Napoli, per creare una scuola di teatro al San Ferdinando, dichiarando con umiltà ai giovani: io vi darò la mia esperienza, voi datemi il vostro entusiasmo. Un gesto indimenticabile, per la città della “paranza dei bambini” perennemente al bivio tra bene e male».

Ma anche un segnale importante di «necessario capovolgimento dei segni» per andare oltre gli stereotipi obsoleti: tanto più nei giochi e giocattoli, campionario paradigmatico dell’evoluzione «dai ruoli di genere allo spettro del gender», come sottolinea Capuano stesso con Antonello Sannino dell’Arcigay, che aggiunge: «Questa mostra aiuta a riflettere sull’educazione alla diversità come unica via per un futuro di pace e di benessere, in un mondo che non sia più dominato dalla misoginia e dall’omofobia». E sono tanti i messaggi educativi e non solo disseminati, in questo senso, nell’articolato percorso espositivo - un viaggio nella storia e nell’evoluzione dei costumi - che fa fronteggiare, nelle vetrine del colorato ed elegante allestimento, giochi e giocattoli “maschili” e “femminili” di varie tipologie (action figures e poupée, robot, trenini e bambole, soldatini e teatrini di marionette e burattini, automi e giochi ottici e musicali, case di bambole e lanterne magiche, automobili, pupazzi e Pinocchi, tra i quali uno rarissimo fascista, Pulcinella e Biribissi) di differenti materiali, epoche e provenienze. 

Con numerosi pezzi rari: dal bambolotto Gay Bob, prima bambola omosessuale americana degli anni ‘70, alla Maschietta androgina e trasgressiva di Koning, molto somigliante alla figlia del Duce, Edda, che Mussolini voleva censurare; dalla preziosa e romantica bambola tedesca regalata da Benedetto Croce alla figlia Silvia, alla Barbie yankee numero uno, ispirata dal precedente modello, unico al mondo, della Lilli tedesca, nata come gadget sexy per adulti nella Germania degli anni ‘50. Nella vetrina dei Teddy Bear - gli orsetti divenuti oggetto transizionale per eccellenza - scopri ad esempio che fu Margarete Steiff, un’anziana signora paraplegica nella Germania di fine Ottocento che costruiva animali di pezza per arrotondare la magra pensione, a creare l’orso balocco: «Si accorse che i maschietti avrebbero voluto giocare con le bambole - racconta Capuano - ma siccome era loro impedito dai rigidi canoni dell’educazione, così lei realizzò questo pupazzo di peluche, dall’aria un po’ buffa e un po’ feroce, che poteva fare le veci della bambola senza compromettere la “mascolinità”. Un po’ come il trasgressivo Pinocchio sdoganò le bambine dalla loro segregazione nei canoni imposti di perfezione femminile». La preziosissima vetrina centrale, tutta settecentesca, espone poi anche due “chicche” sotto una campana di vetro, provenienti dal mondo antico: una piccola bambola dell’età romana e una raffinata bambolina cinese dell’800 dopo Cristo, testimonianze di una continuità nei riti di passaggio, dal carattere spesso iniziatico.

Non solo. Di grande interesse, nella mostra dei giocattoli, anche un’altra sezione in continuità con il percorso espositivo, che dal passato fa immergere in un presente dove l’attualità fa purtroppo rima con criminalità: si tratta dell’utile mostra didattica e interattiva «Con i giocattoli nun s’pazzea», realizzata dall’Associazione «Museo del Vero e del Falso» in collaborazione con la Procura della Repubblica di Napoli, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la Guardia di Finanza di Napoli, Confindustria Campania, Unione Industriali e Camera di Commercio di Napoli, Università “Federico II” S.I. Impresa e la Direzione nazionale antimafia per contrastare il grave e crescente fenomeno della contraffazione che, oltre a danneggiare l’economia legale, mette a serio rischio la salute dei bambini. 
«Il mercato del falso è un business crescente della criminalità organizzata - conferma il procuratore Fausto Zuccarelli - e il 14% dei prodotti sequestrati sono giocattoli, provenienti dall’Asia, ma anche dalla Turchia e dall’Africa, composti di materiali nocivi, male assemblati e trattati con vernici tossiche che per un risparmio di pochi euro producono danni incalcolabili nel tempo». Incalza Luigi Giamundo, presidente dell’Associazione Museo del Vero e del Falso che da tre anni ha attivato un tavolo di monitoraggio permanente del fenomeno, presso la sede campana di Confindustria: «Il mercato del falso è un cancro sociale ed economico, oltre che un subdolo strumento di esposizione a pericoli e malattie permanenti per i più piccoli - afferma -. Il 46,7% della spesa per i regali natalizi verrà investito in giochi per bambini, ma gran parte di questi soldi andranno ad alimentare un Natale falso”, che ogni anno in Italia fa andare in fumo 201 milioni di euro a causa delle vendite di giocattoli contraffatti, con un calo del -15,6% di vendite legali e del 14,4% in termini di occupazione. Ma la cosa più graqve è l’attentato alla salute dei nostri figli. Un problema serio che riguarda le politiche europee, se si pensa che nel Porto di Napoli, che ha un movimento di circa 500mila container all'anno, i controlli delle forze dell'ordine sono esercitati per il 15% di essi; mentre a Rotterdam, che ha un movimento di 20 milioni di container all'anno, i controlli riguardano lo 0,2-0,3%: una sproporzione allarmante in termini di contrasto all'illegalità».

Di qui l’idea della mostra, per una sensibilizzazione di grandi e piccoli arricchita da video educativi e giochi interattivi basati su sistemi di intelligenza artificiale sviluppati dal Nac (il Laboratorio di cognizione naturale e artificiale della Federico II di Napoli), a misura dei bambini e ragazzi, per aiutarli a riconoscere i giochi veri dai “pezzotti” imparando, nel contempo, il decalogo per l’acquisto sicuro dei loro genitori: «Sostenuto da tutte le istituzioni, in una sinergia che affermi la cultura della legalità anche nei giochi», come spiega Maria Vittoria De Simone, sostituto procuratore nazionale della Dna, Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Obiettivo realizzato anche grazie all’efficace concept dell’allestimento, curato con sobria essenzialità dall’architetto Vincenzo Tenore e tutto giocato sulla dicotomia vero/falso, bianco/nero, ombra (come lato oscuro delle cose) e luce, metafora di spensieratezza e minaccia dei giocattoli autentici e “pezzottati”, selezionati tra quelli più popolari e amati dai bambini: dal cubo di Rubik a Masha e Orso. Partendo dai giochi sequestrati dalle forze dell’ordine, la mostra guida così in un cammino di consapevolezza e accrescimento di un necessario senso critico, soprattutto quando si ha a che fare con l’infanzia.

A tale scopo non manca, tra le due sezioni, un’area giochi impreziosita da 18 tavole originali di due artisti, tratte da due libri-gioco appena pubblicati da Arte’m: «Il gioco dell’Oca al tempo dei Borbone. C’era una volta» con i pastelli a cera su carta di Kate Feathers, e le illustrazioni con tecnica mista per «La fattoria degli Anistrani» di Franco Bevilacqua, raffinato grafico - già collaboratore di Gianni Rodari a «Paese Sera» - il quale, per i suoi nipoti, ha realizzato un geniale gioco combinatorio di animali e nomi fantastici che aguzza l’ingegno e la fantasia di tutti i bambini. Proprio come sarebbe piaciuto al «favoloso Gianni», maestro del pensiero divergente.
Mercoledì 7 Dicembre 2016, 23:35 - Ultimo aggiornamento: 07-12-2016 23:41
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