Francesco De Gregori, 70 anni raccontati da chi c'era agli inizi

Domenica 4 Aprile 2021 di Federico Vacalebre
Francesco De Gregori, i 70 anni del principe della canzone d'autore

Ma se lui ha 70 anni, e 7 vite e, soprattutto, 21 album in studio e poco meno di 300 canzoni, quanti anni abbiamo noi che li abbiamo vissuti scanditi dalla sua voce, dalla sua chitarra, dalle sue immagini in musica? E se lui, come ci assicura Antonello Venditti, oggi spegnerà il cellulare per non sentirsi fischiare ancor di più le orecchie, cosa dovremmo/potremmo scrivere noi, dell'oggi magnifico settantenne Francesco De Gregori?

Magari sovvertire l'immagine di lui che si è accumulata negli anni, sedimentata per errore, per addizione, per conformismo.

Prendete quel soprannome, il principe: perché? Perché De André è il re? E chi la regina? E chi lo ha deciso? O per il suo rigore, il suo stile british-capitolino, la vena raffinata, l'aplomb, un certo distacco? Tutto vero, come anche che il «principe» ha attraversato democraticamente la miglior canzone d'autore italiana con disponibilità infinita a farne una comunità, scrivendo con i concittadini Venditti, Edoardo De Angelis, Mimmo Locasciulli, Giorgio Lo Cascio, Amedeo Minghi, Renzo Zenobi, ma poi ancora con Fabrizio De André, Ivano Fossati, Lucio Dalla, per non dire dei tour e dischi con Giovanna Marini, Pino Daniele, Ron, Fiorella Mannoia e di mille altre collaborazioni. 

Mimmo Locasciulli

Però, in fondo, ormai principe è e principe resta, va bene così, senza alcuna nostalgia nobiliare, sia chiaro. Rivediamolo, allora, all'esordio, o quasi, nei ricordi di chi c'era, come Mimmo Locasciulli, che nel 1971 arrivò a Roma dalla natia Penne, Abruzzo, anzi da Perugia, dove aveva frequentato i primi tre anni di università: «Studiavo medicina, sbarcai nella capitale come un pischello dai grandi sogni. Approdai al Folkstudio, il locale di Giancarlo Cesaroni a Trastevere, già mitico, una sera nel 1962 ci era passato Dylan. La domenica pomeriggio iniziai a rintanarmi lì, dove vidi per la prima volta Francesco e Antonello. Non li avevo mai sentiti prima, la canzone d'autore per me era De André, Guccini, ero un ex organista di complesso rock che iniziava a scrivere le sue canzoni, li ascoltavo e ne restavo conquistato. De Gregori era uno che faceva quello che facevo io, ma meglio. Ne rimasi conquistato, diventammo amici, non si poteva vivere il Folkstudio senza essere disposti a dividere il proprio tempo, il proprio vino, le proprie canzoni, i propri ascolti», racconta Mimmo, che oggi di anni ne ha 71.

Luigi Grechi De Gregori 

Francesco al Folkstudio ce lo aveva portato il fratello maggiore, 7 anni in più, Luigi, che poi adotterà il cognome della madre, Grechi, per la carriera discografica: «Io frequentavo il posto sin dai tempi di Harold Bradley, il fondatore, ero più grande di quelli che diventarono i Giovani del Folkstudio: feci appena in tempo a mettere mio fratello sul palco per la prima volta e a presentargli De André». Nasceva la scuola romana della canzone d'autore, finora c'era solo quella genovese. 

Antonello Venditti 

«Era un martedì quando misi piede al Folkstudio di via Garibaldi e trovai un tale De Gregori che alternava composizioni sue a traduzioni di brani di Cohen e Dylan. Mettemmo su un gruppo, con Francesco, Lo Cascio, Bassignano, eravamo noi i quattro ragazzi con la chitarra e il pianoforte sulla spalla finiti nella prima strofa di Notte prima degli esami, con una licenza però, quel pianoforte sulle spalle, che poi era il mio, era pesante davvero, così capitava che a darci una mano ci pensasse Pino Daniele, che era più grosso e forte di noi», ricorda Venditti, che di anni ne ha già 72.

Stava succedendo qualcosa in quella cantina che era davvero un circolo culturale, De Gregori con Lo Cascio (18 giugno 1951 - 25 febbraio 2001) facevano coppia, cantavano Simon & Garfunkel, Dylan, naturalmente, ma c'erano divergenze e il futuro giornalista fu sostituito da Venditti: «Theorius campus» l'album a due voci e quattro mani che diede il via alle due carriere, era il 1972, dentro c'erano già «Roma Capoccia» e «Dolce signora che bruci».

Eccola, la foto di gruppo di quando tutto iniziò. Tutto il resto è storia, e non ho detto noia. Dopo diventammo «ermetici» e ci innamorammo di «Alice» senza capire lei e la canzone, ma sapendo che ci stavamo dentro benissimo. Dopo capimmo che «Non c'è niente da capire» e cantammo in coro, qualche volta a pugno chiuso, altre innamorati e/o ubriachi, «Rimmel», «Pablo», «Buonanotte fiorellino», «Bufalo Bill», «Santa Lucia», «Viva l'Italia», «Generale», «La leva calcistica della classe 68», «La storia», «A Pa'», «Bambini venite parvulos», «Adelante! Adelante!», «L'agnello di dio», «La donna cannone», «Il cuoco di Salò», «La valigia dell'attore» fino al Dylan tradotto confessando «Amore e furto».

Roberto Vecchioni 

Insomma, tanti auguri Ciccio, principe, De Gregori. Che i tuoi 70 anni sono un bel, e sottolineo bel, pezzo anche della vita nostra. Che gli anni andati non tornano, come i capelli caduti, per questo ora portiamo il cappello, ci dà un tono. E grazie per averci mostrato che un'altra canzone era possibile, non serve cianciare di poesia, sono cose diverse, non migliori o peggiori, più alte o più basse, ma quando sanno parlarci mozzano entrambe il respiro, rendono migliore la vita.

«De Gregori è l'antesignano del linguaggio transmediale nelle canzoni: lo ha inventato dal niente, senza attingere tecnicamente né dalla poesia né dal canto popolare. Ha ideato una lingua precisa, è il primo ad aver nobilitato letterariamente la canzone, usando accorgimenti e figure come la metafora e la metonimia, in maniera popolare e rendendole popolari in quanto dirette, spicce, veloci. Una sorta di dad ante litteram e per tempi più felici. Ha fatto didattica a distanza, spingendo tutti noi sulla strada di una vera canzone d'autore», spiega il prof. Roberto Vecchioni, 77 anni.

E, allora, provaci ancora Francesco, cantacele ancora, vecchie e nuove, le tue canzoni. 

Ultimo aggiornamento: 5 Aprile, 09:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA