CrimiNapoli / 14: Michele Zaza, i signori del contrabbando e gli scafi blu nel golfo di Napoli

Venerdì 21 Gennaio 2022 di Gigi Di Fiore
CrimiNapoli / 14: Michele Zaza, i signori del contrabbando e gli scafi blu nel golfo di Napoli

È storia malavitosa napoletana tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Gli scafi blu, con il loro prezioso carico di sigarette di contrabbando, inseguiti di notte dalle motovedette della Guardia di finanza nel golfo di Napoli. I motoscafi veloci sull’acqua fanno “Ciuf, ciuf” dice il contrabbandiere nel film “È stata la mano di Dio” e forse, per esigenze narrative, Paolo Sorrentino ambienta quegli scenari, che diventano immaginario personale del protagonista, almeno dieci anni dopo rispetto agli avvenimenti reali. Ma “È stata la mano di Dio” è un’opera d’arte cinematografica, non una rievocazione storica. Cosa furono gli scafi blu e il contrabbando di sigarette nel contesto criminale campano, lo descrisse uno dei cronisti di nera più noti nella storia del “Mattino” degli ultimi 50 anni: Enzo Perez de Vera, intervistato 22 anni fa da Pietro Gargano. Così Perez ricordò quegli anni: «Il contrabbando fu il figlio naturale della borsa nera. Nella Napoli milionaria raccontata da Eduardo, regnava la fame. Spuntarono cose mai viste prima, sigarette americane, cioccolato, polvere di uovo, i profilattici detti paraschegge. Un mercato vergine per quantità e qualità. Il contrabbando era l’unico momento di aggregazione vitale dei disperati».

Le bionde 

Le sigarette di contrabbando erano chiamate le “bionde” dal colore del tabacco lavorato, venivano trasportate in grosse casse sui veloci scafi blu che le caricavano dalle navi ferme al largo, fuori le acque territoriali. Il prezzo più economico dei pacchetti di contrabbando rivenduti in città era legato all’assenza del bollo del Monopolio di Stato, il costo della tassa dovuta su quel consumo. L’affare sigarette, organizzato dai siciliani in quegli anni al soggiorno obbligato in Campania, fu lievito per la riorganizzazione di gruppi camorristici napoletani. Si affermò la stella criminale di Michele Zaza, detto “Il pazzo”, affiliato ai siciliani, che si arricchì con le “bionde” tanto da potersi permettere una lussuosa e grande casa a via Petrarca. Fu lui a coniare l’immagine del contrabbando di sigarette come la “Fiat di Santa Lucia”, il suo quartiere. I motoscafi superveloci erano i “drago” e la torta illegale da centinaia e centinaia di milioni di lire scatenò a Napoli una guerra tra gruppi di origine marsigliese e siciliana che si appoggiavano ai napoletani. Con Zaza faceva affari il siciliano Gerlando Alberti. Dalla nave madre, si rifornivano gli scafisti riuniti in paranze. Erano i primi anni ’70, uno scenario ben descritto nel documentatissimo libro “Storie di contrabbando” del 1981 edito da Tullio Pironti, il testo più approfondito su quegli anni scritto dai giornalisti, allora cronisti del quotidiano “Roma”, Marisa Figurato, poi al lavoro alla Rai, e Ciccio Marolda, poi approdato a una brillante carriera di inviato sportivo al “Mattino”. Uno scenario raccontato anche dal pentito di mafia Tommaso Buscetta: «Nel 1973-74 c’è il boom del contrabbando di sigarette. I maggiori contrabbandieri erano palermitani. Ogni nave scaricava non meno di 35-40mila casse di sigarette a viaggio. Cosa nostra fece diventare uomini d’onore i maggiori contrabbandieri, come Tommaso Spadaro, Nunzio la Mattina e il napoletano Zaza».

I gruppi

Quell’affare spianò la strada e i metodi al traffico di droga. Fu il primo vero grande business dei gruppi mafiosi nei primi 30 anni del secondo dopoguerra. Erano quattro, i gruppi che gestivano il traffico: quello di Michele Zaza socio del palermitano Alfredo Bono; i palermitani fratelli Spadaro; il siciliano Nunzio la Mattina con i giuglianesi Enrico Sciorio e Luigi Maisto; il gruppo con i fratelli Nuvoletta di Marano, Antonio Bardellino nella provincia di Caserta, Enrico Maisto e il palermitano Salvatore Savoca.

Gente decisa e i morti per le spartizioni della grande torta non mancarono. Dal 1969 al 1973, furono sequestrate dalla Guardia di finanza 81 navi, 42 pescherecci, 51 motobarche, 150 motoscafi. «Sodalizi antisociali, con uso di violenza sistematica, ricorso a metodi vessatori, imposizione di omertà»: così il tribunale di Napoli bollò l’attività dei contrabbandieri. I morti nella guerra per le “bionde” si moltiplicarono. Il primo fu Emilio Palamara, che faceva il doppio gioco tra siciliani e marsigliesi. Poi il grande giallo della cronaca nera di quegli anni: il duplice omicidio al ristorante ’O Pullastiello nel quartiere Secondigliano. All’interno del pozzo all’ingresso del locale, vennero trovati i cadaveri di Vito Adamo, corriere di cocaina, e la sua amante Laura Savo. Magistrali furono le cronache di Perez, “zio” per tutti i giovani al lavoro nella Cronaca di Napoli, Marco Pellegrini e Mino Jouakim. Furono uccisi ancora Luigi Grieco in viale Kennedy nel quartiere Fuorigrotta, o Salvatore D’Elia scaraventato in mare e annegato mentre ritirava alcune casse di sigarette da una nave al largo di Capri. C’era poco romanticismo e molta violenza in quelle vicende, anche se in tanti, quando si strinse la repressione della Guardia di finanza, diffusero l’immagine diversa di un’industria fuorilegge che non creava i guasti che avrebbe provocato invece il traffico di droga. Nel 1974, si moltiplicarono le riunioni in Campania di esponenti mafiosi al soggiorno obbligato, che difendevano i loro interessi nel contrabbando di sigarette. Nel contrasto violento con loro, i marsigliesi ebbero la peggio. 

 

Zaza, che morì nel 1994, si auto definiva “l’Agnelli napoletano”. E sostenne che la vendita delle “bionde” dava da mangiare a centomila napoletani. Contro la repressione, fu organizzata persino una grande manifestazione di protesta, con tanto di manifesti affissi nel quartiere Santa Lucia. L’anima nera dei contrabbandieri divenne il capitano, poi generale, Luigi Mamone, che guidava i suoi uomini della Guardia di finanza all’inseguimento degli scafi blu. Spesso con pericolosi speronamenti, che provocarono morti dall’una e dell’altra parte. Come i contrabbandieri Vincenzo Di Matteo e Angelo Scognamiglio, che morirono il 13 dicembre 1976 sul loro scafo blu con Italo Sommella, dipendente regionale e noto a Napoli per essere uno dei “picchiatori” degli ambienti di destra. Furono clamorosi e provocatori i funerali di alcuni contrabbandieri annegati dopo uno speronamento dei finanzieri. Con il tempo, quelle imbarcazioni quasi mitologiche divennero pezzi d’antiquariato, sistemate dopo i sequestri giudiziari tra Baia e Bacoli. Con lo spostamento del traffico di sigarette sulle rotte adriatiche, la Campania e Napoli persero la loro importanza strategica nel contrabbando che si concentrò sulle coste pugliesi. E le paranze, termine preso dal mondo marinaro dei pescatori, degli scafisti si trasformarono in clan della camorra, con interessi prevalenti sempre più nel traffico di droga e nelle estorsioni. Di quella evoluzione, di poco precedente l’avvento di Raffaele Cutolo e la sua nuova camorra organizzata, fecero da cesura le attività dei contrabbandieri e degli scafi blu. 

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